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A Chernobyl le mucche tornano libere

Sono passati trentaquattro anni dal disastro nucleare di Chernobyl, una delle peggiori catastrofi ambientali e umanitarie del XX Secolo. Da allora, il governo ucraino ha istituito la Zona di Esclusione, dove ogni attività umana è proibita.

Ma per quanto riguarda le attività animali? A che punto è la ripresa delle creature che abitano le terre selvagge intorno all’ex impianto nucleare? Ce lo siamo chiesto in occasione del Darwin Day e la risposta è sorprendente!

LE INFINITE SORPRESE DELLA REALTA’

Quando accadde l’esplosione del reattore di Chernobyl, si temeva che il disastro avrebbe reso la zona inabitabile per ogni forma di vita. Alcuni ipotizzavano addirittura che l’ecosistema non si sarebbe mai ripreso.

E invece, oggi la Zona di Esclusione è un’area dove gli animali prosperano. In particolare le mucche dei contadini della regione, che abbandonate in fretta e furia hanno dovuto adattarsi al brusco cambiamento. Adesso non è raro, per chi è autorizzato a varcare i limiti della zona, imbattersi in mandrie numerosissime di bovini inselvatichiti.

Quello che ha sorpreso i ricercatori non è tanto il fatto che siano sopravvissute alle radiazioni, oramai molto diminuite. A essere sorprendente è la relativa velocità con cui le mucche e i tori si siano adattati alla vita selvaggia. Da nessun’altra parte è stato possibile osservare un processo trasformativo di questa portata senza una qualche influenza dell’uomo.

RITORNO ALLA VITA SELVAGGIA

Le mandrie osservate dai ricercatori della Chernobyl Radiation and Ecological Biosphere Reserve sono molto più di semplici agglomerati. Dalle osservazioni fatte, emerge che i gruppi hanno ricominciato ad adottare strategie e comportamenti tipici solo di animali selvatici.

Le mandrie di Chernobyl hanno una struttura, un’identità di massa volta a preservare la sopravvivenza di tutti i membri. Ad esempio, i piccoli vitelli non girano più liberamente, ma si posizionano al centro della mandria per farsi proteggere dai predatori.

Al tempo stesso, il toro capobranco non scaccia  più gli altri maschi, ma li accoglie nel gruppo per aumentare le chance di sopravvivenza. Inoltre, anche l’aspetto fisico dei singoli esemplari è cambiato, rinfoltendo il pelo per sopravvivere ai rigidi inverni all’aperto.

L’ECOSISTEMA OLTRE L’UOMO

In questi tempi si parla molto di antropocene, l’epoca geologica segnata indelebilmente dall’intervento umano. Ma anche un paradigma tanto grande mostra le sue crepe: l’inselvatichimento della Zona di Esclusione di Chernobyl ne è un esempio.

Questo caso, oltre a farci gioire per una specie che ha saputo sopravvivere e fortificarsi, ci mostra quanto il nostro ruolo nell’ecosistema, per quanto preponderante, sia sempre relativo.

Siamo una parte dell’ecosistema, non i suoi padroni. Siamo dei pesi nel suo equilibrio, non l’equilibrista. E se non impariamo a vivere con consapevolezza e responsabilità questo ruolo, possiamo stare anche certi che gli ecosistemi andranno avanti anche senza di noi.

Le mucche di Chernobyl lo hanno fatto, e non sembrano infelici.

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