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QUANDO L'ACQUA SI RIPRESE LE CITTÀ

Immagine del redattore: Redazione UAM.TV
Redazione UAM.TV
40 minuti fa
Tempo di lettura: 10 min

Sessant'anni fa, Firenze e Venezia furono travolte dall'acqua. Due tragedie che ci ricordano quanto siano fragili le nostre certezze e quanto sia importante imparare a convivere con la natura, anziché pretendere di dominarla.

QUANDO L'ACQUA SI RIPRESE LE CITTÀ

Il giorno in cui l'acqua cambiò la storia


Ci sono date che restano impresse nella memoria collettiva perché segnano la fine di un'epoca, l'inizio di una trasformazione oppure il momento in cui ci rendiamo conto, improvvisamente, che le certezze sulle quali abbiamo costruito la nostra esistenza sono molto più fragili di quanto avessimo immaginato. Il 4 novembre 1966 è una di queste date, una giornata durante la quale due delle città più straordinarie del mondo, Firenze e Venezia, si ritrovarono a combattere contro quella stessa acqua che aveva contribuito, nei secoli, a costruire la loro storia, la loro ricchezza e la loro bellezza.

A Firenze l'Arno, ingrossato da giorni di piogge incessanti, uscì dagli argini e invase le strade, trascinando con sé fango, detriti e tutto ciò che incontrava lungo il proprio cammino. Le piazze, i vicoli e i palazzi che avevano visto nascere il Rinascimento si trasformarono in uno scenario di devastazione, mentre migliaia di persone cercavano di mettere in salvo sé stesse, i propri familiari e quel poco che riuscivano a sottrarre alla furia dell'acqua.

Nello stesso giorno, a Venezia, accadeva qualcosa di altrettanto sconvolgente. La città che da oltre mille anni convive con il mare veniva sommersa da una marea eccezionale, passata alla storia come l'Aqua Granda del 1966. Alle 18 del 4 novembre il livello raggiunse i 194 centimetri sul riferimento mareografico di Punta della Salute, il massimo mai registrato nella storia delle osservazioni veneziane. La forza del vento e del mare aveva alterato il delicato equilibrio della laguna, impedendo all'acqua di defluire normalmente, mentre calli, campi, abitazioni e negozi rimanevano allagati per ore interminabili.

Due città diverse, due fenomeni differenti e una stessa, drammatica scoperta: per quanto grandi possano essere le nostre opere, esiste sempre qualcosa che sfugge al nostro controllo.


L'illusione di poter dominare la natura


Abbiamo costruito argini, scavato canali, deviato fiumi, prosciugato paludi e innalzato città in luoghi che per secoli erano appartenuti all'acqua, convincendoci progressivamente che la capacità di trasformare l'ambiente coincidesse con il diritto di dominarlo. Eppure la natura non conosce i nostri confini amministrativi, non legge i progetti urbanistici e non attribuisce alcun valore particolare agli edifici che consideriamo eterni.

Questo non significa che dobbiamo rassegnarci alle catastrofi, considerandole inevitabili manifestazioni di una forza superiore, ma esattamente il contrario: significa riconoscere i limiti delle nostre conoscenze e delle nostre capacità, imparando a rispettare gli equilibri naturali e a costruire una convivenza più intelligente con il territorio.

Le alluvioni del 1966 ci ricordano quanto possano essere gravi le conseguenze di una prevenzione insufficiente e quanto sia importante investire nella conoscenza, nel monitoraggio e nella protezione delle comunità. Sessant'anni dopo disponiamo di strumenti che allora non esistevano, ma abbiamo anche trasformato profondamente il paesaggio e continuiamo a esporre persone e territori a rischi che non sempre affrontiamo con la necessaria lungimiranza.

Non possiamo impedire alla pioggia di cadere o al mare di alzarsi, ma possiamo decidere come abitare il mondo e quanto responsabilmente prepararci a ciò che potrebbe accadere.


Gli Angeli del Fango: quando la solidarietà diventa azione


Tra le immagini più significative dell'alluvione di Firenze ne esiste una che racconta qualcosa di straordinariamente bello, nonostante la tragedia: quella di migliaia di giovani arrivati spontaneamente da tutta Italia e dall'estero per aiutare una città che molti di loro non avevano mai visitato.

Li chiamarono Angeli del Fango.

Erano studenti e cittadini comuni che, senza aspettare riconoscimenti e spesso senza un'organizzazione alle spalle, si misero al lavoro per liberare le strade, aiutare la popolazione e salvare dal fango libri, manoscritti e opere d'arte. Alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze formarono catene umane per trasportare i volumi fuori dai depositi allagati, contribuendo a preservare un patrimonio culturale che apparteneva idealmente all'umanità intera.

Il loro esempio ci ricorda che la solidarietà non è soltanto un sentimento, ma una scelta concreta, e che una comunità non coincide necessariamente con un gruppo di persone che condividono un luogo, una lingua o una nazionalità, ma può nascere anche dalla decisione di assumersi una responsabilità nei confronti di qualcuno che non conosciamo.


Venezia, la città che vive in equilibrio con l'acqua


Venezia rappresenta probabilmente uno degli esempi più straordinari della capacità umana di adattarsi a un ambiente apparentemente impossibile. Una città costruita sull'acqua, che ha trasformato la laguna in una difesa naturale, in una via di comunicazione e nella condizione stessa della propria prosperità, sviluppando nei secoli un rapporto con il mare fatto di conoscenza, ingegno e continua ricerca di equilibrio.

Ma proprio questo equilibrio costituisce anche la sua più grande fragilità.

L'Aqua Granda del 1966 non fu semplicemente un'acqua alta più intensa delle altre, ma una vera catastrofe che mise in ginocchio la città e i suoi abitanti. Il mare invase abitazioni e attività commerciali, danneggiò edifici e infrastrutture, sommerse le isole della laguna e colpì duramente anche i litorali, mentre la persistenza della marea rendeva impossibile il ritorno alla normalità. Per molte ore i veneziani vissero una situazione che sembrava contraddire tutto ciò che avevano imparato dalla propria esperienza: l'acqua, che normalmente sale e poi si ritira, continuava a rimanere in città.

Quella giornata modificò profondamente la percezione della vulnerabilità veneziana, contribuendo a richiamare l'attenzione internazionale sulla necessità di proteggere un patrimonio unico al mondo. Ma soprattutto ricordò che Venezia, prima di essere uno straordinario insieme di monumenti, è una città abitata da persone, il cui destino non può essere separato da quello del delicatissimo ecosistema lagunare.


L'Aqua Granda del 2019: quando la storia tornò a ripetersi


La storia, però, non aveva ancora finito di ricordarci quella fragilità.

La sera del 12 novembre 2019, cinquantatré anni dopo la grande alluvione del 1966, Venezia si ritrovò nuovamente sommersa da un'acqua alta eccezionale. Alle 22:50 la marea raggiunse i 187 centimetri, appena sette in meno rispetto al record storico, e la città rivisse scene che molti pensavano appartenessero ormai soltanto alle fotografie in bianco e nero conservate negli archivi.

Piazza San Marco si trasformò ancora una volta in un'immensa distesa d'acqua, le onde raggiunsero edifici e attività commerciali, le imbarcazioni vennero strappate dagli ormeggi e la violenza del vento rese la situazione ancora più drammatica. Una combinazione di fattori meteorologici eccezionali, tra i quali il forte Scirocco e il passaggio di una piccola struttura ciclonica sull'alto Adriatico, aveva creato le condizioni per una nuova emergenza.

Ma ciò che rese particolarmente impressionante quella notte fu la consapevolezza che non si trattava di una semplice ripetizione del passato. Nel frattempo erano trascorsi più di cinquant'anni, durante i quali la città aveva assistito a trasformazioni economiche e sociali profonde, il livello medio del mare era aumentato e gli studi scientifici avevano documentato una crescente esposizione di Venezia agli eventi di alta marea.

La grande acqua del 2019 non fu un fenomeno isolato. Nei giorni successivi la città dovette affrontare altre maree eccezionali, confermando che il problema non riguardava soltanto la violenza di un singolo episodio, ma una vulnerabilità destinata a richiedere attenzione costante.

E se nel 1966 la tragedia aveva colto una città ancora impreparata ad affrontare un evento di simili proporzioni, nel 2019 la domanda diventava ancora più difficile da eludere: quanto avevamo realmente imparato da quella lezione?

Nel frattempo era stato progettato e costruito il MOSE, il sistema di barriere mobili destinato a separare temporaneamente la laguna dal mare durante le maree più pericolose, entrato in funzione per la protezione della città nel 2020. Un'opera imponente, che ha rappresentato un cambiamento fondamentale nella capacità di difesa di Venezia, ma che non può essere considerata la soluzione definitiva a tutti i problemi della laguna.

Perché proteggere Venezia non significa soltanto impedire all'acqua di entrare quando raggiunge livelli eccezionali. Significa interrogarsi sul futuro di un ecosistema, sull'innalzamento del livello del mare, sulla conservazione degli edifici e sulla necessità di garantire alla città condizioni di vita sostenibili anche nei prossimi decenni.

Non basta alzare una barriera per risolvere un problema che riguarda il nostro rapporto con l'ambiente.


La città delle sirene: Venezia raccontata da chi la vive



Per comprendere davvero che cosa abbia significato l'Aqua Granda del 2019, oltre ai dati scientifici e alle immagini diffuse dai telegiornali, è importante ascoltare la voce di chi quella notte si trovava a Venezia e ha visto l'acqua entrare nella propria casa, nel proprio luogo di lavoro e nella propria vita.

È proprio questo lo sguardo che ci offre La città delle sirene, il documentario del 2020 diretto dal regista veneziano Giovanni Pellegrini, disponibile nel catalogo di UAM.TV.

Il film nasce da un'esperienza personale: nella notte del 12 novembre 2019, Pellegrini si ritrova con la propria abitazione e il proprio studio allagati e decide di raccontare ciò che sta accadendo, attraversando una Venezia ferita e raccogliendo immagini e testimonianze di una città costretta ancora una volta a confrontarsi con la forza del mare.

Non è soltanto il racconto di una catastrofe naturale, ma una riflessione sul significato di abitare un luogo nel quale l'acqua è contemporaneamente una presenza familiare e una minaccia, una condizione indispensabile della bellezza e un elemento capace di compromettere, nel giro di poche ore, la sicurezza di un'intera comunità.

Attraverso uno sguardo profondamente legato alla città, il documentario ci accompagna nella quotidianità dei veneziani e ci invita a comprendere come il cambiamento climatico non sia una questione astratta, confinata alle statistiche e alle previsioni per il futuro, ma una realtà le cui conseguenze possono già essere osservate nei luoghi che abitiamo.

Venezia diventa così il simbolo di una fragilità che riguarda tutti, perché ciò che oggi minaccia una città costruita sull'acqua potrebbe domani manifestarsi, in forme differenti, in molti altri territori del pianeta.

Guardare La città delle sirene su UAM.TV significa avvicinarsi a questa realtà attraverso gli occhi di chi la conosce e la vive, andando oltre le immagini spettacolari dell'acqua alta per scoprire le persone, la memoria e il legame profondo che unisce una comunità al proprio territorio.

È anche un invito a domandarci che cosa significhi davvero proteggere un luogo e quanto siamo disposti a cambiare le nostre abitudini per non doverci limitare, un giorno, a contemplare ciò che abbiamo perduto.


Salvare Venezia significa salvare anche chi la abita


Quando parliamo della necessità di salvare Venezia, tendiamo a immaginare immediatamente Piazza San Marco, il Palazzo Ducale, il Ponte di Rialto e le facciate degli antichi palazzi che si specchiano nei canali. È comprensibile, perché siamo abituati a riconoscere il valore di un luogo attraverso le sue immagini più celebri, ma una città non è soltanto una collezione di monumenti, e la sua sopravvivenza non può essere misurata esclusivamente attraverso lo stato di conservazione delle sue pietre.

Venezia è fatta anche delle persone che continuano a viverci, dei negozi che resistono alla trasformazione del commercio in un'offerta quasi esclusivamente turistica, delle scuole e delle attività quotidiane che consentono a una comunità di riconoscersi come tale.

Possiamo investire enormi risorse per proteggere gli edifici dall'acqua, ma se non riusciamo a mantenere vive le condizioni necessarie affinché le persone possano abitarli, rischiamo di conservare una città straordinariamente bella e progressivamente priva della propria anima.

E questo vale per Venezia come per Firenze, per i piccoli borghi che si spopolano e per tutti quei luoghi nei quali la tutela del patrimonio storico rischia di essere separata dalla tutela della vita che quel patrimonio ha generato.

La vera sostenibilità non consiste soltanto nel proteggere ciò che abbiamo ereditato, ma nel fare in modo che possa continuare a esistere, trasformarsi e accogliere le generazioni future.


Dalla solidarietà alla responsabilità collettiva


Le grandi catastrofi hanno spesso il potere di far emergere la parte migliore dell'essere umano. Lo abbiamo visto nel 1966, con gli Angeli del Fango, e lo abbiamo ritrovato in numerose emergenze successive, quando persone comuni hanno deciso di offrire il proprio tempo e le proprie capacità per aiutare chi aveva perso tutto.

Ma sarebbe un errore trasformare queste storie di generosità in una rassicurante consolazione, quasi che ogni tragedia potesse essere giustificata dalla bellezza dei gesti che riesce a suscitare.

La solidarietà è indispensabile, ma non può sostituire la prevenzione. Non possiamo affidarci soltanto alla disponibilità di chi interviene dopo una catastrofe, dimenticando che molte delle sue conseguenze potrebbero essere ridotte attraverso scelte politiche responsabili, una migliore gestione del territorio e investimenti nella conoscenza scientifica.

Una società consapevole dovrebbe essere capace di riconoscere il valore di chi tende una mano nel momento dell'emergenza, ma anche di chi lavora ogni giorno affinché quell'emergenza non si verifichi o produca conseguenze meno gravi.

Forse è proprio questa la forma più matura di solidarietà: non limitarsi a intervenire quando qualcuno ha bisogno, ma contribuire a costruire condizioni nelle quali meno persone si trovino in pericolo.


Conclusione - Quello che l'acqua non riuscì a portare via


Sessant'anni fa, il 4 novembre 1966, Firenze e Venezia furono travolte da due eventi che segnarono profondamente la loro storia. Cinquantatré anni dopo, nel novembre del 2019, Venezia si ritrovò nuovamente a fare i conti con la straordinaria forza del mare, ricordandoci che le lezioni del passato non diventano automaticamente conoscenza soltanto perché il tempo continua a trascorrere.

La natura non si preoccupa delle nostre convinzioni, non distingue ciò che consideriamo importante da ciò che riteniamo sacrificabile e non modifica i propri comportamenti per adattarsi alle nostre aspettative. Siamo noi a dover imparare a comprenderla, rispettarla e costruire un rapporto che tenga conto dei suoi equilibri.

Ma queste tragedie ci ricordano anche qualcosa di altrettanto importante: la fragilità non deve necessariamente trasformarsi in paura, isolamento o egoismo. Può diventare consapevolezza dei nostri limiti, stimolo a collaborare e occasione per riconoscere quanto il nostro destino sia legato a quello degli altri.

Gli Angeli del Fango ce lo dimostrarono nel 1966, così come continuano a dimostrarcelo tutte le persone che scelgono di mettersi al servizio della propria comunità.

Forse il modo migliore per ricordare quelle alluvioni, sessant'anni dopo, non è soltanto osservare le fotografie delle città sommerse o commemorare ciò che andò perduto, ma domandarci che cosa siamo disposti a fare oggi per proteggere ciò che ancora abbiamo.

Perché non possiamo impedire alla natura di ricordarci quanto siamo piccoli, ma possiamo scegliere di non dimenticare quanto possiamo essere grandi quando impariamo ad agire insieme.


Citazione d'autore

«Nessun uomo è un'isola, completo in sé stesso.»

John Donne

Il consiglio consapevole

Questa settimana ti invitiamo a guardare su UAM.TV il documentario La città delle sirene di Giovanni Pellegrini. Attraverso le immagini dell'Aqua Granda del 2019 e le esperienze di chi ha vissuto quella notte, prova a riflettere sul rapporto che ciascuno di noi intrattiene con il luogo in cui vive e sulla responsabilità che abbiamo nei confronti del territorio. E, dopo la visione, dedica qualche minuto a informarti sui rischi ambientali della tua zona, sulle indicazioni della Protezione Civile e sulle piccole azioni che possono contribuire alla sicurezza della tua comunità. La consapevolezza nasce dalla conoscenza, ma diventa davvero preziosa quando si traduce in comportamenti concreti.

Musica per la lettura

Giorgio Costantini – Flow

Un brano strumentale del pianista e compositore veneziano Giorgio Costantini, nato come omaggio alla sua città e presentato nel 2016 alla 73ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Composto al Lido, dove l'artista è cresciuto, Flow accompagna le immagini di una Venezia sospesa tra acqua, luce e silenzio, raccontandone il fascino attraverso il lento fluire della musica. Una scelta particolarmente significativa per accompagnare questo articolo, perché restituisce la bellezza e la delicatezza di una città che ha fatto dell'acqua la propria identità, ma che proprio nell'acqua ritrova anche la sua più grande fragilità.

Lettura consigliata

Salvatore Settis – Se Venezia muore (Einaudi, 2014)

Un libro che prende spunto dalla fragilità di Venezia per affrontare un tema universale: che cosa accade quando una città perde la propria identità, la memoria e la possibilità di continuare a vivere attraverso i suoi abitanti? Una riflessione sulla differenza tra conservare un patrimonio e preservare la vita che lo rende significativo, particolarmente attuale a sessant'anni dall'Aqua Granda del 1966.


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