top of page
banner uam.jpg

In cerca di pace: la guerra vista dagli occhi di chi cerca di sopravvivere

  • Immagine del redattore: Redazione UAM.TV
    Redazione UAM.TV
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 10 min

Da oggi, 31 luglio, il docufilm di Andrea Rainone è disponibile gratuitamente su UAM.TV, senza abbonamento, per raccontare le donne ucraine arrivate a Rovigo e le persone che hanno scelto di accoglierle

In cerca di pace: la guerra vista dagli occhi di chi cerca di sopravvivere

Da oggi In cerca di pace, docufilm del 2023 diretto da Andrea Rainone, è disponibile su UAM.TV in visione gratuita, senza necessità di sottoscrivere un abbonamento.


Abbiamo scelto di rendere liberamente accessibile questo racconto perché le testimonianze che contiene non riguardano soltanto un conflitto o un determinato momento storico; parlano delle conseguenze della guerra sulle persone comuni, della paura di perdere chi si ama, della necessità di lasciare la propria casa e della possibilità di rispondere alla sofferenza attraverso l’accoglienza.


Prima delle opinioni, le persone


Parlare della guerra in Ucraina significa entrare in un confronto nel quale ogni parola rischia di essere interpretata come una dichiarazione di appartenenza. C’è chi sostiene le ragioni della Russia, chi difende quelle dell’Ucraina, chi fa risalire l’origine del conflitto al febbraio del 2022 e chi ritiene necessario tornare molto più indietro nel tempo.

Non è questo, però, il terreno sul quale si muove In cerca di pace. Qui non vogliamo prendere le parti di una fazione o dell’altra, stabilire le cause geopolitiche della guerra o decidere chi abbia cominciato per primo. Esistono sedi, competenze e strumenti adeguati per affrontare questi temi.

Il film sceglie una prospettiva diversa, più vicina alla vita quotidiana delle persone: una guerra è in corso e, come sempre accade, a pagarne il prezzo più alto è soprattutto la popolazione civile.

Dietro le bandiere, le strategie militari e le dichiarazioni dei governi rimangono le famiglie separate, le case abbandonate, i bambini allontanati dalla propria scuola, gli anziani che non possono raggiungere un rifugio, le madri costrette a proteggere i figli mentre cercano di contenere la propria paura.

Riconoscere questa sofferenza non significa sostenere una parte politica o militare; significa rifiutare che le persone vengano ridotte a semplici argomenti da utilizzare in una disputa.


Perché il film racconta l’accoglienza dei profughi ucraini


Qualcuno potrebbe domandarsi perché l’aiuto raccontato nel documentario venga prestato ai profughi ucraini e non a quelli russi. La risposta non nasce da una selezione etnica, da un giudizio rivolto contro il popolo russo o dalla volontà di stabilire che la sofferenza di alcune persone meriti più attenzione di quella di altre.

Il documentario racconta una precisa esperienza avvenuta a Rovigo: furono famiglie e donne ucraine, spesso accompagnate dai figli, ad arrivare in città e ad avere bisogno immediato di un alloggio, di cibo, di assistenza e di un luogo sicuro nel quale fermarsi. La rete dei volontari e delle associazioni rispose dunque alle persone che concretamente si presentarono sul territorio in seguito allo scoppio del conflitto.

Nel film non vengono raccontati gruppi di profughi russi arrivati a Rovigo e affidati alla stessa rete di accoglienza. Questo non significa che un cittadino russo in fuga dalla guerra, dalla persecuzione o dalla repressione non avrebbe diritto allo stesso aiuto.

Una delle testimonianze chiarisce infatti che accogliere significa compiere un gesto di solidarietà e di umanità «indipendentemente dalla nazionalità, dall’età e dalla condizione della persona».

L’aiuto rivolto agli ucraini nasce quindi dalla situazione concreta affrontata dalla comunità in quel momento, non da un principio secondo il quale i russi non debbano essere aiutati. Il bisogno non possiede una bandiera e la protezione di un civile non dovrebbe dipendere dal passaporto che porta in tasca.


Una quotidianità spezzata


Una delle testimonianze iniziali del film ricorda la vita nelle città ucraine prima della guerra. Le persone andavano al lavoro, i bambini frequentavano la scuola, nel tempo libero si incontravano gli amici e la domenica si visitavano i parenti oppure si partiva per un breve viaggio.

Una normalità molto simile a quella che continuiamo a vivere in Italia, fatta di azioni così abituali da sembrare garantite.

La guerra interrompe proprio questa continuità. Ciò che fino al giorno precedente appariva stabile diventa improvvisamente fragile: il rumore delle sirene sostituisce quello della città, la casa smette di essere un luogo sicuro, il futuro non viene più misurato in mesi o anni, ma nel tempo che separa un allarme dal successivo.

Una donna racconta di provenire da una città vicina ai confini con la Russia e con la Bielorussia; la paura che il conflitto potesse avanzare ulteriormente l’ha spinta a raggiungere l’Italia, dove già viveva sua madre. Un’altra, che si trovava da tempo nel nostro Paese per lavoro, continua a ricevere ogni giorno notizie dalla sorella, dagli zii e dagli amici rimasti in Ucraina.

Anche da lontano la guerra entra nella sua vita, attraverso il telefono, le voci dei familiari e l’attesa di un messaggio che confermi che stanno ancora bene. Le testimonianze mostrano che fuggire non significa lasciarsi la guerra alle spalle; il corpo può trovarsi al sicuro, mentre il pensiero rimane accanto a chi non è potuto partire.


Chi non può scappare


Uno dei racconti più dolorosi riguarda una famiglia rimasta in Ucraina. Il padre è paralizzato e allettato, quindi non può essere trasportato facilmente nei rifugi durante gli allarmi aerei. La madre sceglie di non lasciarlo solo e rimane accanto a lui, anche quando suonano le sirene.

In poche parole, emerge una condizione che nessuna analisi militare riesce a restituire completamente: la guerra colpisce tutti, ma non tutti possiedono le stesse possibilità di proteggersi. Un anziano, una persona con disabilità, un malato o qualcuno che necessita di assistenza non può semplicemente correre verso un rifugio, salire su un treno o affrontare un viaggio di migliaia di chilometri.

Le persone che rimangono non sono necessariamente meno spaventate di quelle che partono; spesso non hanno alcuna alternativa. Accanto a loro restano familiari che devono scegliere tra la propria sicurezza e la responsabilità verso chi dipende completamente dal loro aiuto.

Un’altra testimonianza parla degli amici impegnati nelle zone di combattimento, ragazzi e uomini con età comprese tra i diciannove e i quarant’anni. Alla domanda su che cosa abbia prodotto il conflitto, la risposta è semplice e definitiva: «Abbiamo perso tutti con la guerra».

Sono parole che superano ogni retorica sulla vittoria, perché ricordano che anche chi sopravvive può perdere una parte importante della propria vita: un amico, una casa, il senso di sicurezza, la fiducia nel futuro o la possibilità di tornare a essere la persona che era prima.


Smettere di parlare e cominciare a fare


In cerca di pace non si concentra soltanto su chi è fuggito, ma racconta anche la reazione delle persone che a Rovigo hanno deciso di offrire aiuto. Una delle voci intervistate ricorda lo smarrimento dei primi giorni e la difficoltà iniziale nel comprendere quanto la situazione fosse grave. Poi sono arrivate le prime persone, le prime richieste, le necessità concrete.

A quel punto è diventato necessario scegliere: continuare a parlare oppure cominciare a fare qualcosa con i fatti.

L’accoglienza mostrata dal film non viene presentata come un gesto eroico e privo di dubbi. Chi apre la propria casa ammette anche la paura di non essere in grado di rispondere a tutte le esigenze delle persone ospitate. Accogliere una famiglia sconosciuta significa assumersi una responsabilità, modificare le proprie abitudini e confrontarsi con problemi che non sempre si sa come risolvere.

La risposta nasce però dalla disponibilità a cominciare da ciò che si può offrire: uno spazio in casa, un tetto, un po’ di calore. Il resto viene costruito giorno dopo giorno, attraverso la fiducia e la collaborazione.


Una città che costruisce una rete


L’accoglienza raccontata dal film non dipende da una singola persona. Rovigo diventa il centro di una rete composta da famiglie, volontari, parrocchie, associazioni sportive, Protezione Civile, Croce Rossa e cittadini che mettono a disposizione tempo, competenze e risorse.

Durante una notte di emergenza vengono accolte circa cinquanta persone ucraine all’interno di una palestra. Si preparano gli spazi per dormire, si distribuisce il cibo e si cercano famiglie disponibili a ospitarle. Alcune ragazze entrano successivamente nella vita della comunità anche attraverso lo sport, cominciando a frequentare una polisportiva locale.

Un lavoratore di uno scatolificio racconta di essere stato coinvolto inizialmente per procurare gli imballaggi necessari a spedire alimenti e materiali. Da quella prima richiesta nasce un progetto più grande, che porta all’organizzazione di un camion di aiuti umanitari destinato all’Ucraina, passando attraverso un centro logistico in Polonia.

Lo stesso volontario continua poi a seguire diverse famiglie: un ragazzo di tredici anni nel percorso scolastico, una madre con due bambine, una delle quali frequenta la scuola elementare e l’altra l’asilo. Il suo impegno non segue un programma rigido; lui e gli altri volontari intervengono dove si presenta una necessità.

Il film mostra così la vera struttura dell’accoglienza. Non basta aprire una porta per una notte; occorre aiutare le persone a orientarsi, imparare la lingua, frequentare la scuola, trovare un equilibrio e affrontare problemi burocratici, economici ed emotivi. La solidarietà diventa efficace quando smette di essere un gesto occasionale e si trasforma in una relazione.


La memoria di una guerra che credevamo lontana


Tra le testimonianze italiane emerge anche il ricordo delle generazioni che hanno vissuto la Seconda guerra mondiale. Una persona racconta di aver ascoltato alla radio la notizia dell’inizio del conflitto e di aver pensato immediatamente alla storia dei propri nonni: il nonno internato in un campo di concentramento, la nonna partigiana.

La guerra, che sembrava appartenere ai racconti familiari e ai libri di storia, torna improvvisamente vicina. Le immagini provenienti dall’Ucraina risvegliano una memoria che l’Europa credeva forse di avere consegnato definitivamente al passato.

Un’altra testimonianza ricorda lo sconcerto provato dopo gli anni della pandemia. Dopo una crisi che aveva coinvolto il mondo intero, ci si sarebbe potuti aspettare un desiderio maggiore di unità e collaborazione; invece, l’Europa si è ritrovata davanti a un nuovo conflitto. L’intervistato definisce questa situazione con una parola essenziale: assurda.

Il documentario non usa la memoria per stabilire equivalenze storiche, ma per ricordare quanto rapidamente possa crollare l’illusione di essere al riparo dalla violenza. Le guerre non appartengono soltanto a epoche lontane o a luoghi che immaginiamo estranei; entrano nella vita delle persone comuni con la stessa brutalità con cui entrarono nelle vite dei nostri genitori, nonni e bisnonni.


La pace come presenza


Nella parte finale del film, agli intervistati viene posta una domanda apparentemente semplice: che cos’è la pace?

Una delle risposte contiene il cuore dell’intero documentario: «La pace non è un’assenza, la pace è una presenza». Deve essere desiderata, scelta e costruita; riguarda il perdono, la spiritualità e, allo stesso tempo, qualcosa di profondamente umano.

Un’altra voce descrive la pace come una decisione individuale, la scelta difficile di non rispondere alla violenza con altra violenza. Qualcuno la definisce rispetto reciproco, capacità di riconoscere le culture diverse senza sentirsi superiori. Una madre, pensando al figlio militare, riesce soltanto a dire che per lei la pace significa moltissimo. In quelle poche parole si percepisce tutto ciò che non ha bisogno di essere spiegato.

Un’altra testimonianza porta la pace dentro i gesti ordinari: ascoltare quello che l’altro sta dicendo senza prevaricarlo, contare fino a dieci, rallentare anche quando si ritiene di avere ragione, cercare un punto d’incontro. La pace diventa ascolto, attenzione e rispetto; uno stato interiore capace di metterci in relazione con gli altri.

Il film invita così a non limitare la pace all’assenza delle armi. La fine dei combattimenti è indispensabile, ma la pace richiede anche una mentalità capace di riconoscere l’altro come una persona con cui condividere il cammino, non come qualcosa da possedere, conquistare o annientare.


Le mani fuori dalle tasche


Verso la conclusione, le immagini raggiungono Piazza Vittorio Emanuele II a Rovigo, dove cittadini di provenienze diverse si erano riuniti per manifestare contro la guerra. Non si tratta soltanto di una piazza o di un evento pubblico; diventa il simbolo di una comunità che prova a non restare indifferente.

Le parole finali del film ricordano che è difficile comprendere il peso di una lacrima senza avere il coraggio di raccoglierla e senza sentire il dovere di porgere un fazzoletto. La pace viene cercata pesando le parole e medicando le ferite, con le mani sporche e la decisione di non tenerle in tasca.

Questa immagine descrive bene il lavoro dei volontari, delle famiglie e delle associazioni incontrate nel documentario. Nessuno di loro possiede una soluzione per fermare la guerra, ma ciascuno può impedire che una persona rimanga sola davanti alle sue conseguenze.

La pace appare allora come un lavoro incompleto, imperfetto e quotidiano. Si costruisce offrendo un letto per una notte, accompagnando un ragazzo a scuola, preparando gli scatoloni per una spedizione, ascoltando una madre preoccupata, insegnando qualche parola d’italiano o permettendo a una bambina di tornare a giocare.


Conclusione: guardare la guerra senza perdere l’umanità



In cerca di pace non chiede allo spettatore di cambiare opinione sulla Russia, sull’Ucraina o sulle cause del conflitto. Chiede qualcosa di forse più difficile: sospendere per trentasei minuti la necessità di avere ragione e ascoltare le persone che la guerra ha costretto ad abbandonare la propria vita.

Le testimonianze raccolte da Andrea Rainone riportano il conflitto alla sua dimensione più concreta. Parlano di famiglie lontane, sirene, padri che non possono raggiungere i rifugi, giovani mandati a combattere, madri che cercano di proteggere i figli e cittadini italiani che decidono di mettere a disposizione ciò che possiedono.

La frase «Abbiamo perso tutti con la guerra» attraversa idealmente l’intero film. Dietro ogni presunta vittoria rimangono infatti le persone uccise, ferite, separate o costrette a ricominciare altrove. La pace comincia nel momento in cui smettiamo di considerare queste vite come danni collaterali e torniamo a riconoscerle come simili alle nostre.

Da oggi, 31 luglio, In cerca di pace è disponibile gratuitamente su UAM.TV, senza abbonamento. Una scelta che vuole permettere a tutti di incontrare queste testimonianze, senza barriere, e di avvicinarsi al film con uno sguardo libero dalle appartenenze e attento prima di tutto alle persone.


Citazione d’autore

«Ho coltivato l’ideale di una società democratica e libera, nella quale tutte le persone vivano insieme in armonia e con pari opportunità.»

Nelson Mandela

Musica per accompagnare la lettura

Per accompagnare la lettura consigliamo “Prayer of the Mothers” di Yael Deckelbaum, un brano nato a sostegno del movimento Women Wage Peace e divenuto una preghiera collettiva affidata alle voci delle donne.



La canzone è particolarmente vicina al cuore di In cerca di pace, perché non celebra una vittoria militare e non invita a scegliere una bandiera; porta al centro le madri, le famiglie e il desiderio condiviso di interrompere la catena della paura e della violenza. Il progetto musicale ha riunito donne di origini, culture e appartenenze differenti, comprese donne israeliane e palestinesi, intorno a una richiesta comune di pace.

Un ascolto intenso ma non retorico, capace di accompagnare le testimonianze del documentario e di ricordare che, dietro ogni guerra, esistono persone che chiedono soprattutto di poter tornare a vivere.

 

Consiglio consapevole

Guardiamo In cerca di pace lasciando per qualche momento fuori dallo schermo le contrapposizioni politiche e le discussioni sui social. Ascoltiamo le testimonianze senza cercare immediatamente una frase da contestare o utilizzare contro qualcuno.

Comprendere la sofferenza di una madre, di un bambino o di una famiglia costretta a fuggire non significa rinunciare alle proprie idee; significa evitare che anche la nostra capacità di provare compassione diventi una vittima della guerra.


Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page