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La ferita nel cielo che abbiamo cominciato a guarire

Immagine del redattore: Redazione UAM.TV
Redazione UAM.TV
11 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Il buco dell’ozono sembrava annunciare una catastrofe irreversibile. La sua lenta riduzione racconta ciò che può accadere se la scienza viene ascoltata e i Paesi decidono di agire insieme.

La ferita nel cielo che abbiamo cominciato a guarire


Per una volta, la catastrofe annunciata non si è compiuta. La minaccia era concreta, documentata e già in corso: una parte dello scudo atmosferico che protegge la vita sulla Terra si stava assottigliando a una velocità impressionante. Il finale cominciò a cambiare perché gli scienziati continuarono a misurare, i governi riconobbero il pericolo e quasi tutti i Paesi del mondo accettarono di modificare produzioni, tecnologie e abitudini consolidate.

Il 16 settembre, Giornata mondiale per la protezione dello strato di ozono, ricordiamo una delle rare vicende ambientali nelle quali l’umanità riuscì a intervenire prima che il danno diventasse irreversibile. Il buco dell’ozono non è scomparso e la guarigione richiederà ancora decenni, tuttavia la direzione è cambiata. In un tempo dominato dalla sfiducia, vale la pena comprendere come sia stato possibile.


Una protezione che non possiamo vedere


L’ozono è un gas formato da tre atomi di ossigeno. Vicino al suolo può diventare un inquinante dannoso per la salute; concentrato nella stratosfera, soprattutto fra i 15 e i 35 chilometri di altezza, svolge invece una funzione essenziale, assorbendo una parte importante delle radiazioni ultraviolette provenienti dal Sole.

Senza questo filtro naturale aumenterebbero i tumori della pelle, le cataratte e i danni al sistema immunitario; ne risentirebbero anche le piante, i raccolti, il fitoplancton e gli equilibri degli ecosistemi acquatici. Lo strato di ozono è sottile, lontano e invisibile, eppure parte della vita complessa sulla Terra dipende dalla sua presenza.

A minacciarlo furono soprattutto i clorofluorocarburi, conosciuti come CFC, sostanze utilizzate per decenni nei frigoriferi, nei condizionatori, nelle bombolette spray, nelle schiume isolanti e in numerosi processi industriali. Erano considerati composti quasi ideali perché stabili, economici, poco tossici e non infiammabili. Proprio quella stabilità permetteva loro di rimanere nell’atmosfera abbastanza a lungo da raggiungere la stratosfera; lassù la radiazione solare liberava atomi di cloro capaci di distruggere ripetutamente le molecole di ozono.


Il dato che sembrava impossibile


Nel maggio del 1985 Joe Farman, Brian Gardiner e Jonathan Shanklin, ricercatori del British Antarctic Survey, pubblicarono i risultati delle misurazioni raccolte sopra l’Antartide: durante ogni primavera australe la quantità di ozono precipitava a livelli mai osservati prima. Quella scoperta sarebbe diventata nota in tutto il mondo come il “buco dell’ozono”.

Il termine “buco” suggeriva una lacerazione netta, simile a uno squarcio aperto nel cielo; descriveva in realtà un assottigliamento gravissimo e stagionale dello strato protettivo sopra il continente antartico. La sostanza della scoperta restava spaventosa: attività umane apparentemente lontane e innocue stavano modificando uno dei sistemi che rendono abitabile il pianeta.

I primi allarmi sugli effetti dei CFC erano stati lanciati già negli anni Settanta, ma le misurazioni antartiche resero il pericolo visibile, quantificabile e difficile da ignorare. Il lavoro silenzioso di pochi ricercatori, svolto per anni in condizioni estreme e affidato alla continuità delle osservazioni, finì per cambiare le decisioni del mondo intero.


La risposta arrivò prima del disastro


Il 16 settembre 1987 venne firmato il Protocollo di Montreal, entrato in vigore nel 1989. L’accordo stabilì la progressiva eliminazione delle sostanze responsabili della distruzione dell’ozono, prevedendo scadenze differenziate, controlli, revisioni periodiche e sostegno economico e tecnologico ai Paesi con minori risorse.

Il Protocollo non rimase immobile nella forma originaria; venne rafforzato più volte seguendo l’evoluzione delle conoscenze scientifiche, mentre industrie e laboratori cercavano alternative ai composti dannosi. La Convenzione di Vienna e il Protocollo di Montreal hanno raggiunto la ratifica universale, con 198 parti aderenti, un risultato quasi unico nella storia della cooperazione internazionale.

Il successo nacque da migliaia di decisioni meno spettacolari: norme tecniche, sostituzione di impianti, formazione dei lavoratori, controlli doganali, finanziamenti, verifiche e continui aggiornamenti. La politica accettò di tradurre le evidenze scientifiche in regole concrete; le imprese furono spinte a cambiare; i Paesi più ricchi contribuirono alla transizione di quelli che disponevano di meno mezzi.


Una guarigione lunga quanto una generazione


L’applicazione del Protocollo ha portato all’eliminazione del 99 per cento delle sostanze controllate che danneggiano l’ozono. Nella parte superiore della stratosfera sono già stati osservati segnali di recupero e, mantenendo le politiche attuali, si prevede un ritorno ai valori del 1980 intorno al 2040 per gran parte del pianeta, al 2045 sopra l’Artico e al 2066 sopra l’Antartide.

Queste date non rappresentano una promessa automatica. Molte delle sostanze emesse nel passato rimangono nell’atmosfera per decenni; il buco sopra l’Antartide continua a formarsi ogni primavera australe e le sue dimensioni cambiano sensibilmente da un anno all’altro anche per effetto delle condizioni meteorologiche. La ripresa procede lentamente e resta legata al rispetto degli accordi, al controllo delle emissioni illegali e alla capacità di affrontare nuovi problemi.

La guarigione del cielo somiglia quindi a una lunga convalescenza. I primi effetti delle cure sono misurabili, mentre il risultato completo sarà visto soprattutto dalle generazioni future.


Dieci anni dopo Kigali


La storia proseguì nel 2016 con l’Emendamento di Kigali. Alcuni gas utilizzati per sostituire i vecchi CFC, gli idrofluorocarburi o HFC, non distruggono direttamente l’ozono, ma possiedono un potere climalterante che può essere migliaia di volte superiore a quello dell’anidride carbonica. L’Emendamento ne prevede la progressiva riduzione e, se applicato pienamente, potrebbe evitare fino a mezzo grado di riscaldamento globale entro la fine del secolo; associando la sostituzione dei gas a una maggiore efficienza energetica degli impianti di raffrescamento, il beneficio climatico potrebbe avvicinarsi a un grado.

Il 2026 segna il decimo anniversario dell’accordo di Kigali e il tema scelto per la Giornata mondiale dell’ozono è “Azione globale per un pianeta più fresco”. L’espressione riguarda anche un problema sociale destinato a diventare sempre più urgente: con l’aumento delle temperature, poter raffrescare abitazioni, ospedali, scuole e luoghi di lavoro protegge la salute e salva vite; la refrigerazione permette inoltre di conservare alimenti e medicinali. Garantire questo accesso senza alimentare ulteriormente la crisi climatica richiede apparecchi efficienti, refrigeranti meno dannosi e una transizione accessibile anche ai Paesi più poveri.


Una vittoria che non ci assolve


La vicenda dell’ozono non offre una formula capace di risolvere automaticamente ogni emergenza ambientale. La crisi climatica coinvolge sistemi energetici, trasporti, agricoltura, consumi e interessi economici molto più estesi di quelli legati ai CFC; le difficoltà sono maggiori e il tempo disponibile si è pericolosamente ridotto.

Questa storia dimostra però che un problema globale può essere affrontato se il pericolo viene misurato con rigore, la ricerca rimane libera di correggersi, le istituzioni trasformano le conoscenze in norme, gli oneri della transizione vengono distribuiti con una certa equità e gli impegni sono sottoposti a verifiche. Dimostra anche che la prudenza scientifica non equivale all’immobilità: attendere la certezza assoluta avrebbe significato lasciare che il danno avanzasse ancora.

Usare questa vittoria come consolazione sarebbe un errore; conservarne la memoria può invece aiutarci a riconoscere le condizioni che rendono possibile un cambiamento reale.


Conclusione – Ricordare le catastrofi che non sono avvenute


Le catastrofi possiedono immagini potenti, numeri immediati e conseguenze visibili; la prevenzione lascia soprattutto assenze. Non vediamo i tumori evitati, i raccolti rimasti integri, gli ecosistemi protetti o le radiazioni ultraviolette che non hanno raggiunto la superficie terrestre. Il successo del Protocollo di Montreal è racchiuso anche in tutto ciò che, grazie alle decisioni prese, non è accaduto.

Il 16 settembre possiamo alzare lo sguardo verso una protezione che non riusciamo a vedere e ricordare che il futuro non è scritto una volta per tutte. La ferita esiste ancora, la cura deve continuare e il risultato dipende dalla costanza con cui sapremo difenderlo.


Citazione d'autore

«In natura nulla esiste da solo.»

Rachel Carson, Primavera silenziosa

Consiglio consapevole

Prima di acquistare un frigorifero o un climatizzatore, verifica l’efficienza energetica e informati sul refrigerante utilizzato; affida manutenzione e smaltimento a tecnici e centri autorizzati, evitando che i gas contenuti negli impianti vengano dispersi nell’atmosfera.

Musica da ascoltare

Brian Eno – “An Ending (Ascent)”

Una composizione sospesa, quasi priva di gravità, che sembra osservare la Terra da lontano. La sua lenta progressione accompagna bene la storia di una ferita atmosferica che richiederà decenni per rimarginarsi e restituisce un senso di pace prudente, sostenuto dalla consapevolezza di ciò che resta ancora da fare.


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