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La fantasia non serve a fuggire dal mondo, ma a guardarlo meglio

  • Immagine del redattore: Redazione UAM.TV
    Redazione UAM.TV
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Nell’anniversario della morte di J.R.R. Tolkien, riscopriamo il valore delle fiabe e dei mondi immaginari, capaci di restituirci uno sguardo nuovo sulla realtà

La fantasia non serve a fuggire dal mondo, ma a guardarlo meglio


 

Abbiamo ancora bisogno delle fiabe


La fantasia gode di una reputazione ambigua. La incoraggiamo nei bambini, purché a un certo punto imparino a diventare seri; la cerchiamo nei libri e nei film, ma spesso la consideriamo una parentesi, una distrazione concessa prima di tornare alle cose importanti. Crescendo, ci viene insegnato che la maturità consiste nel mettere da parte draghi, regni invisibili, animali parlanti e imprese impossibili per occuparci finalmente della realtà. Eppure, proprio mentre crediamo di essere diventati più concreti, rischiamo di perdere la capacità di osservare ciò che abbiamo davanti, perché l’abitudine rende opache persino le cose che conosciamo meglio.

Il 2 settembre 1973 moriva J.R.R. Tolkien, filologo, scrittore e creatore della Terra di Mezzo. La sua opera viene ricordata soprattutto per gli hobbit, gli elfi, gli anelli e le grandi battaglie tra luce e oscurità, ma dietro quei mondi si nasconde una riflessione molto più ampia sul bisogno umano di immaginare. Per Tolkien, la fantasia non rappresentava un rifiuto della realtà: era uno strumento per liberarla dalla patina dell’abitudine e tornare a guardarla con attenzione.


Smettiamo di vedere ciò che conosciamo troppo bene


Ogni giorno attraversiamo luoghi che ormai non osserviamo più, incontriamo persone delle quali crediamo di sapere tutto e compiamo gesti diventati quasi invisibili. Una casa vista per anni smette di sorprenderci; un albero lungo la strada diventa parte dello sfondo; il volto di chi amiamo rischia di apparirci così familiare da non essere più veramente guardato. La realtà rimane davanti ai nostri occhi, ma perde gradualmente profondità.

Nel saggio Sulle fiabe, nato da una conferenza tenuta nel 1939 e pubblicato successivamente, Tolkien chiamava “recupero” la possibilità di ritrovare una visione limpida delle cose. Secondo lui, la fantasia può pulire le finestre attraverso cui osserviamo il mondo e liberare ciò che vediamo dall’opacità prodotta dalla consuetudine. Il suo pensiero si fondava su quattro grandi funzioni delle fiabe: fantasia, recupero, evasione e consolazione. La Tolkien Society riconosce in questi elementi il cuore della sua riflessione.

Dopo aver attraversato foreste incantate, incontrato creature impossibili e immaginato cieli di un colore diverso, possiamo tornare a osservare un albero, un animale o il cielo della sera come se li vedessimo per la prima volta. La fantasia compie uno strano percorso: ci porta lontano per riconsegnarci ciò che avevamo vicino, ma non riuscivamo più a riconoscere.


Il mondo immaginario parla sempre del nostro


La Terra di Mezzo appare distante dalla vita contemporanea, eppure le domande che la attraversano ci appartengono profondamente. Che cosa facciamo del potere che ci viene affidato? Quanto siamo disposti a perdere per difendere ciò che amiamo? Una persona apparentemente insignificante può cambiare il corso della storia? Quale parte di noi viene corrotta dal desiderio di controllare gli altri?

Frodo non possiede la forza di un guerriero e Sam non ha l’aspetto dell’eroe destinato a entrare nelle leggende. Sono creature piccole, vulnerabili, spesso impaurite. Proprio questa fragilità rende il loro viaggio vicino alla nostra esperienza. La fantasia ingrandisce i conflitti interiori fino a trasformarli in paesaggi, personaggi e battaglie: il potere diventa un anello, la paura assume il volto di un’ombra, la fedeltà prende la forma di un amico che continua a camminare al nostro fianco.

Le storie fantastiche non ci dicono semplicemente che esistono i mostri. Questo lo sappiamo già, perché li incontriamo nella violenza, nella prepotenza, nell’avidità e talvolta dentro noi stessi. Ci ricordano però che il mostro può essere affrontato, che il potere non è invincibile e che perfino il gesto di una creatura dimenticata può cambiare il finale.


Fuggire può essere un atto di libertà


La parola “evasione” viene spesso pronunciata con disprezzo, come se allontanarsi per qualche ora dalla realtà fosse sempre un segno di debolezza. Tolkien ribaltava questa accusa distinguendo implicitamente la fuga del disertore da quella del prigioniero: chi è rinchiuso ha il diritto di desiderare un orizzonte oltre le mura e immaginarlo può essere il primo gesto di resistenza.

Un libro, una fiaba, una musica o un film possono offrirci una distanza temporanea dalle preoccupazioni. Quella distanza non cancella i problemi, ma può impedire che occupino l’intero campo della coscienza. L’immaginazione apre una finestra in una stanza che credevamo senza uscita, lascia entrare aria e ci permette di osservare la nostra situazione da un punto differente.

Durante la Seconda guerra mondiale Tolkien scrisse al figlio Christopher, impegnato nell’aviazione britannica, raccontandogli di avere iniziato a costruire le proprie storie nelle rumorose baracche militari della Prima guerra mondiale. Nella stessa lettera gli augurava di riuscire a “evadere, rafforzato”. Le parole originali sono conservate dal Tolkien Estate. La fantasia, dunque, poteva nascere persino dentro una condizione soffocante e trasformarsi in una forma di resistenza interiore.


La speranza non cancella il dolore


Tolkien inventò la parola “eucatastrofe” per descrivere la svolta improvvisa e gioiosa che può arrivare nel momento in cui tutto sembra perduto. Non si tratta di un lieto fine artificiale che nega la sofferenza, perché la gioia acquista significato proprio dopo aver attraversato il pericolo, la perdita e la possibilità della sconfitta. L’eucatastrofe concede un attimo nel quale il cuore si solleva e intravede una possibilità che la ragione, da sola, non aveva previsto.

Anche la speranza può essere considerata una forma di immaginazione. Per continuare a camminare dobbiamo riuscire a concepire qualcosa che ancora non vediamo: una soluzione, un incontro, una trasformazione, un domani diverso dall’oggi. L’immaginazione non garantisce che ciò che desideriamo accadrà, ma impedisce al presente di presentarsi come l’unico mondo possibile.

Le fiabe custodiscono questa facoltà senza promettere un’esistenza priva di oscurità. La Terra di Mezzo resta segnata dalle ferite anche dopo la vittoria; Frodo salva la Contea, ma non riesce più ad abitarla come prima. Il male può essere sconfitto senza che ogni dolore scompaia, e la luce può tornare senza cancellare le cicatrici. Una speranza così concepita diventa più adulta e credibile, perché accoglie la fragilità senza consegnarle l’ultima parola.


L’immaginazione è anche una responsabilità


Ogni trasformazione umana è stata preceduta dalla capacità di immaginare qualcosa che ancora non esisteva. Prima di costruire una casa occorre concepirla; prima di cambiare una legge bisogna figurarsi una società diversa; prima di modificare una relazione dobbiamo intuire un altro modo di stare insieme. Persino l’empatia richiede immaginazione, perché comprendere una persona significa tentare di vedere il mondo da un punto di vista che non coincide con il nostro.

La fantasia diventa pericolosa se viene usata per sostituire permanentemente la realtà o per diffondere menzogne, ma rinunciarvi del tutto ci renderebbe prigionieri di ciò che già esiste. Chi non riesce a immaginare alternative finisce più facilmente per accettare l’ingiustizia, l’abitudine e la rassegnazione come elementi inevitabili.

Tolkien costruì un mondo immenso senza perdere il contatto con il proprio. Dentro la Terra di Mezzo mise l’amore per gli alberi e il paesaggio rurale, il timore per una tecnologia separata dalla responsabilità, il peso della guerra, la seduzione del potere e la fiducia nei gesti compiuti da persone comuni. La fantasia gli permise di parlare della realtà senza ridurla a una spiegazione o a una morale.

 

Una fantasticheria che chiede di diventare reale


Il confine tra immaginazione e realtà attraversa anche Fantasticherie di un passeggiatore solitario, film disponibile su UAM.TV. La storia mette in comunicazione due uomini lontani nel tempo, uniti da un libro incompiuto e dalla capacità della fantasia di aprire un passaggio dentro esistenze apparentemente senza uscita.


Renou è uno scrittore anziano e povero che vive nel 1876, confinato in un piccolo e squallido seminterrato. Inizia a scrivere Fantasticherie di un passeggiatore solitario, un romanzo di formazione che assume anche la forma insolita di un ricettario fantastico. Le sue pagine raccolgono visioni, possibilità e istruzioni rivolte forse a qualcuno che ancora non esiste, ma che un giorno potrebbe leggerle e raccoglierne l’invito.

Quel lettore arriva nel nostro tempo e si chiama Theo, un giovane laureando in filosofia, intrappolato nelle vicende opprimenti della propria famiglia e animato da una singolare passione per i libri incompiuti. Il testo di Renou lo affascina proprio perché lascia qualcosa in sospeso, uno spazio vuoto nel quale il lettore può smettere di essere spettatore e diventare parte della storia. Rapito da quelle pagine, Theo giunge così a una decisione inattesa: realizzare la “Fantasticheria n. 23”.

Il libro comincia allora a uscire dalla carta. L’immaginazione di Renou attraversa il tempo, raggiunge una persona sconosciuta e diventa la premessa di un gesto concreto. La fantasticheria non offre a Theo un rifugio permanente dai problemi familiari, ma gli permette di concepire un’azione che prima non riusciva neppure a intravedere. Attraverso una storia scritta più di un secolo prima, il giovane scopre una possibilità nascosta dentro la propria vita.

Il film mostra così uno dei poteri più profondi della fantasia: le storie possono rimanere incompiute affinché qualcun altro trovi il coraggio di continuarle. Un libro non termina necessariamente nell’ultima pagina scritta dal suo autore; può proseguire nelle scelte di chi lo legge, nei pensieri che suscita e nelle azioni che riesce a mettere in movimento. Renou immagina, Theo raccoglie quella visione e prova a darle una forma nel mondo.

Fantasticherie di un passeggiatore solitario ci invita quindi a domandarci quante idee abbiamo lasciato chiuse dentro un libro, un sogno o un desiderio, considerandole troppo bizzarre per diventare reali. Forse ogni autentica fantasticheria contiene una domanda rivolta al lettore: che cosa accadrebbe se, almeno una volta, provassimo a portarla fuori dalla pagina?


 

Conclusione: tornare con occhi diversi


Entrare in un mondo immaginario non significa necessariamente voltare le spalle a quello reale. Può voler dire sospendere per un momento lo sguardo automatico, lasciare che le cose tornino a sorprenderci e ricordare che il presente non esaurisce tutte le possibilità. Il viaggio della fantasia acquista senso nel ritorno: torniamo nella stessa casa, percorriamo la stessa strada e incontriamo le stesse persone, ma qualcosa nel nostro modo di osservarle è cambiato.

Forse continuiamo ad avere bisogno delle fiabe proprio per questo. Non perché ignoriamo la durezza della vita, ma perché la conosciamo; non per convincerci che i draghi non esistano, ma per conservare la forza di affrontarli. Una storia può offrirci per qualche istante un altro cielo e, al ritorno, farci scoprire che anche quello sopra di noi meritava di essere guardato.


Citazione d’autore

«La fantasia resta un diritto umano.»

J.R.R. Tolkien

Musica da ascoltare durante la lettura


“Concerning Hobbits” di Howard Shore

Un brano strumentale delicato e luminoso, composto per Il Signore degli Anelli – La Compagnia dell’Anello. Il flauto, gli archi e le sonorità pastorali evocano la Contea e accompagnano la lettura senza appesantirla, ricordandoci che spesso le avventure più grandi iniziano nei luoghi più semplici.

Consiglio consapevole

Riprendi una fiaba, un romanzo fantastico o un film che amavi da ragazzo e dedicagli del tempo senza considerarlo un passatempo infantile. Al termine, prova a domandarti quale aspetto della tua vita reale ti abbia permesso di osservare da una prospettiva diversa.


 

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