Perché abbiamo sempre bisogno di sapere cosa viene dopo?
- Redazione UAM.TV

- 2 giorni fa
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Vivere senza anticipare continuamente il prossimo capitolo

Agosto sta finendo e, quasi automaticamente, cominciamo già a parlare di settembre, dei programmi da riprendere, delle cose da organizzare, dei progetti da avviare e delle abitudini da recuperare. Persino gli ultimi giorni d’estate sembrano perdere qualcosa del loro valore perché la nostra mente, invece di restare dove siamo, ha già iniziato a preparare quello che verrà dopo.
Succede con le stagioni, con il lavoro, con le relazioni, con i viaggi e perfino con le giornate più semplici: mentre stiamo vivendo qualcosa, una parte di noi cerca già di capire quale sarà il passo successivo, come se ogni esperienza dovesse necessariamente condurre a un’altra e ogni momento avesse valore soprattutto in funzione di ciò che prepara.
Forse abbiamo semplicemente dimenticato che nella vita esistono anche gli intervalli, e che non tutto deve avere subito una direzione precisa.
La nostra insofferenza per gli spazi vuoti
Un tempo vuoto genera spesso una strana inquietudine. Una giornata senza impegni sembra qualcosa da riempire, un pomeriggio senza programma rischia di apparire come un’occasione sprecata, una fase della vita senza una destinazione chiara viene percepita quasi come un problema da risolvere.
Abbiamo imparato a dare valore soprattutto a ciò che produce un risultato visibile: un inizio, un percorso, un obiettivo; una domanda, una risposta; un problema, una soluzione. Eppure buona parte dell’esistenza non procede in questo modo, perché tra una decisione e quella successiva esistono zone indefinite, periodi nei quali qualcosa è terminato ma ciò che verrà dopo non ha ancora preso forma.
Sono territori poco raccontati perché non hanno eventi spettacolari, non offrono risultati immediatamente riconoscibili e spesso non consentono neppure di capire se stiamo andando nella direzione giusta. Proprio lì, però, possono maturare trasformazioni importanti, pensieri che hanno bisogno di sedimentare, desideri che richiedono tempo per diventare riconoscibili, cambiamenti che cominciano senza che ce ne accorgiamo.
Il bisogno di conoscere il finale
Sapere cosa accadrà ci rassicura. Costruire programmi significa creare una piccola struttura dentro l’imprevedibilità del mondo, e agenda, calendario, appuntamenti e progetti svolgono naturalmente una funzione preziosa. Il problema nasce quando pretendiamo che ogni parte della nostra vita possieda immediatamente un senso, una direzione e possibilmente anche un finale già immaginabile.
Accade perfino con le storie che leggiamo o guardiamo: vogliamo sapere come finiranno, perché il finale permette di ordinare gli eventi precedenti e attribuire loro un significato. Nella vita quotidiana, però, raramente possiamo osservare ciò che ci accade dalla posizione privilegiata dello spettatore che conosce l’ultima scena.
Viviamo dentro il racconto mentre viene scritto, e molte cose acquistano significato soltanto molto tempo dopo. Un incontro apparentemente irrilevante può modificare un’esistenza, una scelta che sembrava decisiva può rivelarsi una semplice deviazione, un periodo che consideravamo inutile può diventare, a distanza di anni, il momento nel quale qualcosa di essenziale ha cominciato a cambiare.
Altre cose, semplicemente, potrebbero non ricevere mai una spiegazione. Ed è forse proprio questo che ci mette maggiormente in difficoltà.
La domanda che accompagna l’essere umano da sempre
Il nostro bisogno di sapere cosa viene dopo non riguarda soltanto settembre, il prossimo lavoro, una relazione o il futuro dei nostri progetti. Esiste una domanda molto più antica e radicale che attraversa quasi tutte le culture umane: che cosa viene dopo la morte?
Da millenni proviamo a immaginare ciò che potrebbe trovarsi oltre quella soglia. Religioni, filosofie, miti e tradizioni hanno costruito visioni differenti: paradisi, reincarnazioni, rinascite, ritorni, dissoluzioni, sopravvivenza dell’anima, continuità dello spirito, ricongiungimenti con chi abbiamo amato.
Sono risposte profondamente diverse tra loro, e probabilmente una parte della loro forza nasce anche dalla difficoltà che abbiamo nell’accettare l’esistenza di una domanda alla quale, almeno mentre siamo vivi, non possiamo ottenere una risposta definitiva.
Possiamo credere, sperare, dubitare, elaborare ipotesi filosofiche, aderire a una tradizione religiosa oppure pensare che dopo la morte non vi sia nulla. Possiamo ascoltare testimonianze, studiare esperienze, confrontare racconti e cercare significati, ma resta comunque una frontiera che non possiamo attraversare e poi tornare indietro per descriverla con certezza.
Questo limite ci inquieta perché riguarda l’unico futuro che sappiamo con certezza arriverà e, allo stesso tempo, quello del quale sappiamo meno.
Prepararci a qualcosa che non conosciamo
Proprio perché quella domanda rimane aperta, una parte sorprendente della vita umana può trasformarsi in una preparazione per qualcosa che non conosciamo. Cerchiamo di comportarci in un certo modo per ciò che potrebbe accadere dopo, accumuliamo meriti, cerchiamo redenzione, inseguiamo illuminazioni, immaginiamo giudizi, bilanci, passaggi o nuove esistenze.
Tutto questo può avere un valore spirituale, etico e personale enorme. Il problema emerge soltanto nel momento in cui la preoccupazione per ciò che potrebbe esserci dopo la vita comincia a sottrarre attenzione alla vita stessa.
Il paradosso è evidente: possiamo trascorrere una parte del tempo che sappiamo di avere cercando di prepararci a un tempo del quale non sappiamo nulla.
Forse allora la domanda più interessante non è soltanto «Che cosa c’è dopo?», ma anche «Quanto della mia vita presente sto affidando alla paura di ciò che non posso conoscere?».
Accettare questo limite non significa rinunciare alla spiritualità, alla fede o alla speranza; potrebbe significare, al contrario, riconoscere che esistono dimensioni dell’esperienza davanti alle quali possiamo permetterci di non avere una risposta.
C’è una forma di umiltà anche nel dire semplicemente: non lo so.
Anche la natura conosce l’attesa
La natura è piena di momenti nei quali, osservando superficialmente, sembra non accadere nulla. Un seme resta nascosto sotto terra, un albero perde le foglie, un terreno rimane apparentemente immobile durante l’inverno, il mare attraversa continuamente fasi di avanzamento e ritiro.
La nostra cultura, invece, tende spesso a interpretare l’immobilità come assenza e l’attesa come perdita di tempo. Abbiamo trasferito dentro di noi la logica della produttività: crescere, migliorare, raggiungere, superare. Persino la ricerca interiore rischia talvolta di trasformarsi in un’altra lista di risultati da ottenere, con l’obiettivo di diventare più consapevoli, più equilibrati, più presenti, più evoluti.
Forse potremmo concederci anche la possibilità di rimanere per qualche tempo esattamente dove siamo, senza sentire immediatamente il bisogno di trasformarci in qualcos’altro.
Settembre può aspettare qualche giorno
Gli ultimi giorni di agosto possiedono proprio questa qualità sospesa. L’estate non è ancora finita, ma cominciamo già a percepirne la conclusione; le giornate lentamente si accorciano, alcune città tornano a riempirsi, ricompaiono agende, calendari e appuntamenti.
La tentazione consiste nell’anticipare tutto, preparando settembre mentre agosto è ancora qui. Eppure potrebbe essere interessante provare il contrario, restando per qualche giorno in questa terra di mezzo, osservando l’estate mentre lentamente cambia forma senza trasformare immediatamente il futuro in una nuova lista di cose da fare.
Forse una delle esperienze più difficili per l’essere umano contemporaneo consiste proprio nel lasciare qualcosa incompleto: una giornata senza programma, una domanda senza risposta, una scelta ancora aperta perché non siamo pronti a compierla, oppure persino una delle grandi domande dell’esistenza lasciata semplicemente dove si trova, senza obbligarci a trovare una risposta che non possediamo.
Il valore dell’intervallo
Nella musica il silenzio possiede la stessa dignità delle note, perché senza pause una melodia diventerebbe soltanto una successione continua di suoni. Anche nella nostra esperienza i momenti apparentemente vuoti possono creare ritmo, separando ciò che è stato da ciò che sarà e permettendo alle emozioni di sedimentare, ai pensieri di cambiare prospettiva e alle decisioni di emergere senza essere forzate.
Il problema non sta nel desiderio di immaginare il futuro, che appartiene naturalmente alla nostra capacità di progettare e sperare, ma nella difficoltà di accettare che il futuro possa restare, almeno per un tratto, indistinto.
Vale per settembre, vale per una relazione, vale per una scelta, vale per un progetto e forse vale ancora di più per quel confine ultimo che tutti conosciamo ma che nessuno può raccontare con certezza.
A volte non sapere cosa viene dopo non rappresenta un fallimento della nostra conoscenza. È semplicemente parte della condizione umana.
Conclusione – Lasciare una pagina bianca
Non dobbiamo necessariamente arrivare a settembre con un progetto completo di noi stessi. Possiamo entrare nel mese nuovo portando qualche domanda aperta, qualche idea ancora confusa e persino qualche spazio vuoto, così come possiamo concederci di non possedere una risposta definitiva alle domande più grandi dell’esistenza.
Abbiamo trascorso millenni cercando di immaginare ciò che potrebbe trovarsi dall’altra parte dell’ultima pagina. È comprensibile, perché la morte rappresenta l’unico futuro che sappiamo arriverà e, nello stesso tempo, quello del quale sappiamo meno.
Possiamo credere che qualcosa continui, pensare che tutto finisca, sperare in un ricongiungimento, immaginare un’altra forma dell’esistenza o semplicemente scegliere di non formulare alcuna ipotesi. Sono possibilità che appartengono alla sensibilità, alla filosofia e alla fede di ciascuno.
Rimane però un fatto semplice: oggi siamo qui.
Ed è curioso quanto tempo possiamo sottrarre a questa certezza per preoccuparci di qualcosa che, almeno finché siamo vivi, rimarrà necessariamente un mistero.
Una pagina bianca mette soggezione proprio perché potrebbe contenere qualsiasi cosa, e la nostra reazione più immediata consiste spesso nel riempirla, darle un titolo e decidere in anticipo dove porterà.
Qualche volta possiamo lasciarla bianca ancora per un po’.
E continuare a leggere la pagina sulla quale ci troviamo.
Citazione d’autore
«Quando ci siamo noi, la morte non c’è; quando c’è la morte, noi non siamo più.»
Epicuro, Lettera a Meneceo
Musica da ascoltare
“The Köln Concert, Part I” – Keith Jarrett
Una musica che nasce dall’ascolto, dall’improvvisazione e dallo spazio lasciato tra una frase e quella successiva, senza cercare di anticipare continuamente il punto d’arrivo. Procede, ascolta, cambia direzione e lascia che siano anche le pause a costruire il senso, diventando un accompagnamento ideale per una riflessione dedicata agli intervalli e alla possibilità di non conoscere in anticipo ciò che verrà.
Consiglio consapevole
Prova a individuare una domanda sul futuro alla quale stai cercando ostinatamente una risposta. Può riguardare i prossimi mesi, una relazione, una scelta, un progetto oppure qualcosa di molto più grande.
Per una volta, prova a non risolverla e concediti semplicemente di dire: oggi non lo so.
Poi torna a ciò che invece puoi conoscere, al luogo in cui sei, alle persone che hai accanto, al corpo che abiti e al tempo che stai vivendo.
Il futuro arriverà comunque, anche senza averlo previsto.






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