Raimon Panikkar: la verità non abita in una sola casa
- Redazione UAM.TV

- 3 ore fa
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A sedici anni dalla morte, il pensiero del filosofo del dialogo ci ricorda che incontrare l’altro significa accettare di non tornare identici a prima

Abbiamo imparato a parlare di dialogo con grande facilità. Lo invochiamo nei conflitti, nelle discussioni politiche, nei rapporti tra religioni e persino nelle conversazioni quotidiane. Molto più raramente siamo disposti ad affrontarne la conseguenza più profonda: dialogare davvero significa accettare che l’altro possa custodire una parte di realtà che a noi sfugge. Significa rinunciare, almeno per un momento, alla sicurezza di possedere l’unica interpretazione possibile del mondo.
Raimon Panikkar dedicò gran parte della propria vita a questa esperienza. Filosofo, teologo, sacerdote cattolico, studioso delle tradizioni orientali e instancabile costruttore di ponti tra culture, morì il 26 agosto 2010 a Tavertet, un piccolo paese della Catalogna. A sedici anni dalla sua scomparsa, il suo pensiero appare ancora più necessario in una società nella quale tutti sembrano parlare, pochi ascoltano e quasi nessuno contempla la possibilità di essere trasformato dall’incontro.
Una vita nata tra due mondi
Raimon Panikkar nacque a Barcellona nel 1918 da madre catalana e cattolica e padre indiano e hindu. Oriente e Occidente, cristianesimo e induismo, cultura europea e sensibilità asiatica non furono per lui semplici argomenti accademici: costituirono fin dall’infanzia la trama concreta della sua identità.
La sua formazione fu altrettanto articolata. Studiò chimica, filosofia e teologia, conseguendo tre dottorati e attraversando discipline che spesso preferiscono ignorarsi. In lui lo scienziato, il filosofo e il sacerdote non vivevano in compartimenti separati. Ogni prospettiva diventava una finestra affacciata sulla medesima realtà, troppo vasta per essere contenuta interamente da una sola forma di conoscenza.
Ordinato sacerdote cattolico nel 1946, nel 1954 partì per l’India, dove approfondì l’induismo e il buddhismo. Da quell’esperienza nacque una delle sue affermazioni più conosciute: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto hindu e sono ritornato buddhista, senza aver mai cessato di essere cristiano». La frase può sembrare contraddittoria soltanto se immaginiamo l’identità come una stanza chiusa, alla quale si accede da un’unica porta e dalla quale occorre necessariamente uscire per entrare altrove. Per Panikkar, invece, l’identità era una realtà viva, capace di espandersi attraverso l’incontro.
Il dialogo che ci cambia
Il dialogo immaginato da Panikkar era molto diverso dal confronto televisivo nel quale due persone attendono il proprio turno per ribadire ciò che pensavano già. Non consisteva neppure nella ricerca di una formula neutra che rendesse tutte le idee equivalenti. Il dialogo autentico richiedeva una disponibilità più radicale: avvicinarsi all’altro senza aver già deciso in quale categoria collocarlo.
Ascoltare davvero comporta un rischio. Le parole dell’altro potrebbero incrinare le nostre certezze, mostrarci i limiti della nostra visione oppure costringerci a riformulare una domanda. Proprio per questo il dialogo può diventare un’esperienza di conoscenza. Se alla fine di una conversazione restiamo esattamente uguali a prima, forse abbiamo soltanto alternato due monologhi.
Panikkar parlava di “dialogo dialogale”, un incontro nel quale la ragione non appartiene interamente a una delle parti, ma prende forma nella relazione. Nessuno è obbligato a rinunciare alla propria storia, alla propria fede o al proprio pensiero. Occorre però riconoscere che ogni linguaggio umano illumina una porzione della realtà e, nello stesso tempo, ne lascia inevitabilmente altre nell’ombra.
Pluralismo non significa indifferenza
L’idea di pluralismo viene spesso confusa con un generico “ognuno ha la sua verità”, formula comoda che evita il conflitto ma interrompe qualsiasi ricerca. Panikkar proponeva qualcosa di molto più impegnativo. Le differenze esistono, possono essere profonde e talvolta persino inconciliabili; proprio per questo meritano di essere incontrate e comprese, senza cancellarle dentro una sintesi artificiale.
Accogliere il pluralismo non impone di considerare vere tutte le affermazioni né di sospendere il pensiero critico. Invita piuttosto a riconoscere che nessuno può osservare la totalità da un punto di vista assoluto. Ogni essere umano guarda il mondo da una storia, da una cultura, da un corpo e da un’esperienza particolare.
Questa consapevolezza genera umiltà, ma non debolezza. Possiamo sostenere le nostre convinzioni, contrastare ciò che riteniamo ingiusto e difendere i valori nei quali crediamo senza trasformare l’interlocutore in un nemico da annientare. La concordia, nel senso più profondo, non richiede uniformità: nasce dalla capacità di attraversare le differenze senza pretendere di abolirle.
Uomo, natura e mistero: una realtà indivisibile
Nel pensiero di Panikkar, la relazione non riguarda soltanto le culture e le religioni. La sua “visione cosmoteandrica” descrive il cosmo, l’essere umano e la dimensione divina come aspetti inseparabili della realtà. Nessuno dei tre può essere pienamente compreso isolandolo dagli altri.
Anche chi non crede in una realtà divina può riconoscere la forza di questa intuizione: l’essere umano non esiste fuori dal mondo, come un osservatore collocato sopra la natura. Il nostro corpo, l’aria che respiriamo, l’acqua, le relazioni e gli ecosistemi partecipano della stessa rete della vita. Separarci idealmente da ciò che ci circonda ci ha permesso di trattare il pianeta come un deposito di risorse e gli altri esseri viventi come strumenti a nostra disposizione.
Panikkar ci invita a recuperare il senso dell’interdipendenza. La crisi ecologica, la solitudine sociale e l’incapacità di convivere con le differenze possono essere lette come manifestazioni di una medesima frattura: l’illusione che ciascuno possa esistere da solo.
La concordia non cancella le voci
La parola “armonia” può evocare una pace immobile, priva di contrasti. In musica, però, l’armonia nasce dalla relazione tra suoni diversi. Se ogni strumento producesse la stessa nota, non avremmo una composizione, ma un’uniformità povera e monotona.
La concordia pensata da Panikkar conserva la pluralità delle voci. Non pretende che il cristiano smetta di essere cristiano, che il buddhista rinunci alla propria via o che l’ateo debba aprirsi a una fede religiosa. Chiede a ciascuno di non fare della propria posizione la misura esclusiva dell’umano.
Una società armonica non elimina il dissenso; impara a viverlo senza trasformarlo immediatamente in odio. Tale prospettiva appare quasi rivoluzionaria nel nostro tempo, dominato da algoritmi che ci mostrano soprattutto ciò che conferma le nostre opinioni e da discussioni pubbliche nelle quali riconoscere una ragione all’avversario viene interpretato come una sconfitta.
Due incontri con Raimon Panikkar su UAM.TV
Le idee di un filosofo acquistano una forza diversa nel momento in cui possiamo ascoltarne la voce, osservarne le pause e seguire il movimento del pensiero mentre prende forma. Per ricordare Raimon Panikkar nell’anniversario della sua scomparsa, UAM.TV renderà disponibili gratuitamente, nelle giornate del 26 e 27 agosto, due documentari dedicati alla sua vita e alla sua ricerca.
Raimon Panikkar – La mia vita ripercorre la sua esperienza umana, culturale e spirituale. Il racconto biografico aiuta a comprendere come il suo pensiero sia nato dall’attraversamento concreto di mondi, lingue e tradizioni differenti, oltre che dallo studio e dalla riflessione.
Raimon Panikkar – La concordia e l’armonia approfondisce invece una delle domande centrali della sua ricerca: come possono convivere le diversità senza dissolversi nell’uniformità e senza precipitare nel conflitto? Panikkar ha infranto molti schemi e non è stato un pensatore comodo. Proprio la sua capacità di sottrarsi alle definizioni rigide rende le sue parole particolarmente attuali.
Visti uno dopo l’altro, i due documentari compongono un unico percorso: prima l’uomo e la sua storia, poi il pensiero che da quella vita ha preso forma. La visione gratuita del 26 e 27 agosto rappresenta un’occasione per avvicinarsi alla sua voce e concedersi il tempo di ascoltare idee complesse, lontano dalla fretta con cui spesso le riduciamo a slogan.
La verità come relazione
Il lascito di Panikkar non consiste in una nuova formula da imparare né in un sistema da contrapporre agli altri. Ci lascia soprattutto un atteggiamento: abitare le proprie convinzioni senza trasformarle in una prigione; incontrare altre visioni senza appropriarsene superficialmente; riconoscere che la verità può emergere anche nello spazio aperto tra due persone.
Pochi mesi prima di morire scrisse che «una persona è un nodo in una rete di relazioni». In questa immagine è racchiusa gran parte del suo pensiero. Il nodo possiede una propria forma, ma esiste soltanto grazie ai fili che lo raggiungono e ripartono da esso. La nostra identità non si impoverisce entrando in relazione: si forma, si amplia e diventa più consapevole.
Forse la verità non abita in una sola casa. Forse passa di casa in casa, attraversa confini, cambia lingua e ci raggiunge proprio attraverso la voce di chi avevamo considerato troppo diverso da noi.
Citazione d’autore
«Una cultura non può conoscere sé stessa se non incontra altre culture.»
Raimon Panikkar
Musica da ascoltare
“Offering” di Philip Glass e Ravi Shankar, tratta dall’album Passages. Due linguaggi musicali, occidentale e indiano, si incontrano senza confondersi: ciascuno conserva la propria voce e, attraverso l’ascolto dell’altro, genera una musica che prima non esisteva. Un accompagnamento ideale per entrare nel pensiero di Panikkar.
Consiglio consapevole
Scegli una persona della quale non condividi una convinzione importante e ascoltala senza preparare mentalmente la risposta. Prova a individuare non ciò che vuoi confutare, ma l’esperienza che ha dato origine alla sua posizione. Comprendere non significa necessariamente essere d’accordo: significa permettere all’altro di esistere, almeno per qualche minuto, fuori dalle categorie nelle quali lo avevi rinchiuso.






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