Giovani, silenzio e iper-connessione
- Redazione UAM.TV

- 18 ore fa
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Quando il rumore digitale nasconde ciò che non riusciamo più a dire

Il paradosso di una generazione sempre connessa
Mai come oggi i giovani vivono immersi nella comunicazione continua. Messaggi, immagini, vocali, reazioni, notifiche. Una presenza costante che sembra non lasciare spazio al vuoto. Eppure, proprio dentro questo flusso incessante, si sta diffondendo una forma nuova di silenzio. Non è il silenzio dell’assenza, ma quello della difficoltà a esporsi. Si parla molto, ma raramente ci si racconta davvero. La connessione è totale, mentre l’espressione autentica si fa prudente, trattenuta, a volte quasi timorosa. È come se il linguaggio fosse ovunque, ma mancasse il luogo giusto per dire ciò che conta.
Parlare senza esporsi
I giovani non tacciono. Hanno sviluppato codici sofisticati per comunicare senza scoprirsi troppo. L’ironia, il sarcasmo, i meme, le frasi spezzate diventano una corazza sottile ma efficace. Dire senza dichiarare. Accennare senza confessare. È una forma di autodifesa emotiva in un mondo che osserva e giudica con rapidità. Mostrarsi vulnerabili, oggi, viene percepito come un rischio. Meglio restare ambigui, leggeri, apparentemente distaccati. Meglio sembrare disinvolti che fragili. In questo senso, l’iper-connessione non amplifica necessariamente la relazione: spesso la filtra, la diluisce, la rende più sicura ma anche più distante.
Lo schermo come rifugio emotivo
Lo smartphone non è solo uno strumento tecnologico, ma uno spazio emotivo. Un luogo in cui rifugiarsi quando la realtà diventa troppo esigente. Troppo competitiva. Troppo performativa. Riempire ogni momento libero con uno schermo significa evitare il contatto con domande difficili, con il silenzio che mette a nudo, con l’incertezza. Ma ciò che viene evitato non scompare. Si accumula. Si comprime. E prima o poi chiede ascolto. Il silenzio che ne deriva non è pace, ma spesso stanchezza profonda, disillusione, senso di inadeguatezza rispetto a modelli irraggiungibili di successo, felicità, sicurezza.
Il fraintendimento del silenzio
Questo silenzio raramente fa rumore. Non esplode, non disturba, non chiede apertamente aiuto. Ed è proprio per questo che viene spesso ignorato o normalizzato. Scambiato per pigrizia, disinteresse, chiusura. Ma in realtà è un silenzio carico, denso, abitato. È il segno di un mondo interiore che non trova spazio. Un mondo che teme di essere frainteso, minimizzato, corretto troppo in fretta. Quando il silenzio non viene ascoltato, il rischio è che diventi isolamento.
Il ruolo degli adulti: meno risposte, più presenza
Di fronte a questo scenario, il mondo adulto tende a reagire spiegando, analizzando, diagnosticando. Si cercano cause, colpe, soluzioni rapide. Ma forse ciò che manca non è una risposta, bensì uno spazio. Uno spazio dove non serva essere performanti. Dove non sia necessario avere tutto chiaro. Dove una frase confusa possa restare tale senza essere subito sistemata. Ascoltare davvero significa rinunciare alla tentazione di intervenire immediatamente. Accettare di non capire tutto. Restare presenti anche quando il discorso è fragile, incoerente, incompleto.
Conclusione
In un’epoca che parla senza sosta, l’ascolto è diventato un atto radicale. I giovani non chiedono necessariamente soluzioni, ma qualcuno disposto a restare. A non interrompere. A non riempire ogni vuoto. A non tradurre subito ciò che viene detto in un problema da risolvere. Forse è proprio creando questi spazi di silenzio condiviso che la parola, lentamente, può tornare a farsi autentica.
Citazione d’autore
“Il contrario della comunicazione non è il silenzio. È l’assenza di ascolto.”
Erich Fromm
Consiglio consapevole
La prossima volta che un giovane parla poco, prova a non colmare subito il vuoto. Resta. Ascolta. A volte il silenzio è il primo passo verso una fiducia possibile.






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