Non è la Terra che dobbiamo salvare: siamo noi che dobbiamo ricordarci chi siamo
- Redazione UAM.TV

- 2 ore fa
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La distanza che abbiamo creato
Il 22 aprile, Giornata della Terra, si moltiplicano i messaggi, le campagne, gli inviti a “salvare il pianeta”. È un linguaggio che ormai conosciamo bene, quasi automatico. Eppure, proprio questa automaticità rischia di nascondere un equivoco profondo. Parliamo della Terra come se fosse qualcosa di esterno, qualcosa da proteggere, da gestire, da correggere. Come se noi fossimo altro. Separati.
Questa distanza è il vero punto di rottura. Non è nata per caso, ma da un lungo processo culturale che ci ha portati a percepirci come osservatori e non come parte del sistema. La natura è diventata “ambiente”, una parola che già di per sé indica qualcosa che ci circonda, ma non ci include davvero. E da quel momento in poi tutto è cambiato: il modo in cui produciamo, consumiamo, costruiamo, perfino il modo in cui pensiamo.
Quando la Terra era una relazione
Molto prima che esistessero le conferenze sul clima o le politiche ambientali, esisteva un altro modo di guardare al mondo. Nelle culture andine, la Terra è ancora oggi chiamata Pachamama. Non è una metafora poetica. È una presenza viva, una madre, un organismo con cui entrare in relazione. Non qualcosa da salvare, ma qualcosa a cui appartenere.
Questa visione non è isolata. I Popoli nativi americani hanno costruito intere civiltà su un principio simile: la Terra non è una risorsa, è una rete di relazioni. Ogni azione ha una conseguenza, ogni scelta è parte di un equilibrio più grande. Figure come Alce Nero hanno raccontato questa connessione come qualcosa di concreto, quotidiano, non come un’astrazione spirituale.
Se guardiamo bene, non si tratta di visioni “alternative” o romantiche. È semplicemente un modo diverso di stare al mondo. Un modo che l’Occidente ha progressivamente abbandonato.
La scienza che ritorna al punto di partenza
È interessante notare come alcune delle intuizioni più avanzate della scienza contemporanea sembrino tornare, in forme diverse, a quelle antiche percezioni. La teoria di James Lovelock, ad esempio, descrive la Terra come un sistema vivente, capace di autoregolarsi, dove ogni elemento è interconnesso con gli altri. Non è molto distante, nella sostanza, dall’idea di Pachamama. Cambia il linguaggio, non il significato.
Anche il pensiero di Thich Nhat Hanh va in questa direzione quando parla di “inter-essere”: nulla esiste in modo indipendente, tutto è relazione. Eppure, nonostante queste consapevolezze, continuiamo a comportarci come se fossimo separati.
Raccontare la Terra per ritrovare la relazione
In questo contesto si inserisce anche il documentario Pachamama di Thomas Torelli, disponibile su UAM.TV. Non è un film che si limita a denunciare o a informare. È un viaggio che prova a restituire proprio quella relazione che abbiamo perso. Attraverso testimonianze, visioni e culture diverse, il documentario mette in discussione il nostro modo di percepire la Terra e invita a spostare lo sguardo: da fuori a dentro, dal controllo all’ascolto.
Non propone soluzioni semplici, ma una presa di coscienza. Ed è forse questo il punto più interessante: non ci dice cosa fare, ma ci riporta davanti a ciò che siamo diventati. E da lì, inevitabilmente, qualcosa cambia.
Il vuoto che cerchiamo di riempire
Il problema, allora, potrebbe non essere ambientale nel senso stretto. Potrebbe essere prima di tutto umano. Psicologico. Esistenziale.
Erich Fromm parlava di una società fondata sull’avere più che sull’essere. Zygmunt Bauman descriveva un mondo in cui il consumo diventa identità. E Carl Gustav Jung avrebbe probabilmente parlato di una perdita di connessione con la dimensione simbolica, con ciò che dà senso.
Se ci pensi, molte delle nostre abitudini non rispondono a bisogni reali, ma a un vuoto. Un vuoto che cerchiamo di colmare attraverso l’accumulo, la velocità, la distrazione. In questo senso, il consumo non è la causa del problema ambientale. È un sintomo.
La polarizzazione che ci allontana ancora di più
A complicare tutto c’è un altro elemento molto attuale: la trasformazione del tema ambientale in terreno di scontro. Opinioni rigide, schieramenti, identità costruite attorno a una posizione. Da una parte chi denuncia, dall’altra chi nega, e nel mezzo sempre meno spazio per il confronto reale.
Il risultato è che la questione si svuota. Non si parla più di relazione con la Terra, ma di avere ragione. Non si cerca comprensione, ma conferma. E in questo clima, anche un tema fondamentale come quello ambientale diventa l’ennesima occasione per dividersi.
Ricordarsi, non salvare
Forse allora il punto non è “salvare il pianeta”. La Terra esiste da miliardi di anni e continuerà a esistere, in una forma o nell’altra, anche senza di noi.
Il punto è un altro. Riguarda noi.
Riguarda la nostra capacità di riconoscerci parte di qualcosa di più grande. Di uscire da quella separazione che abbiamo costruito e che oggi paghiamo in termini ecologici, ma anche interiori. Riguarda il tornare a una relazione, non per nostalgia del passato, ma per necessità presente.
In questo senso, Pachamama non è una credenza lontana. È un promemoria. Così come lo è la saggezza dei popoli nativi, così come lo sono alcune intuizioni della scienza e della psicologia.
La Terra può sopravvivere anche senza di noi. Ma noi non possiamo sopravvivere senza sentirci parte di lei.
Citazione d’autore
“Non ereditiamo la Terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli."
Proverbio attribuito ai nativi americani
Consiglio consapevole
Prima di chiederti cosa puoi fare per “salvare il pianeta”, fermati un momento e osserva il tuo rapporto quotidiano con ciò che ti circonda. Non serve cambiare tutto subito. Basta iniziare a vedere diversamente. Perché ogni cambiamento reale nasce sempre da una nuova percezione, non da un obbligo.







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