Non basta parlare la stessa lingua

Perché spesso siamo convinti di comprenderci proprio quando abbiamo smesso di ascoltarci davvero.

Il significato nascosto delle parole
«Fai come vuoi». Quante volte abbiamo pronunciato questa frase senza desiderare affatto che il nostro interlocutore facesse quello che voleva? E quante volte abbiamo risposto «Ci penserò» a una proposta che avevamo già deciso di rifiutare, oppure «Non c'è niente» a qualcuno che ci chiedeva che cosa non andasse, sperando segretamente che insistesse abbastanza da dimostrare di aver capito che qualcosa, invece, non andava affatto? Sono piccole contraddizioni quotidiane alle quali siamo talmente abituati da non accorgerci quasi più della loro esistenza, eppure raccontano qualcosa di straordinariamente complesso del nostro modo di comunicare: le parole che utilizziamo non coincidono necessariamente con ciò che vogliamo esprimere, perché il loro significato dipende dalle intenzioni, dalle emozioni, dalle esperienze condivise e da una quantità di regole non scritte che abbiamo imparato nel corso della nostra vita.
La comunicazione umana è una delle attività più sofisticate e, contemporaneamente, più imperfette che conosciamo. Possiamo costruire ponti tra continenti, trasmettere informazioni dall'altra parte del pianeta in una frazione di secondo e sviluppare sistemi capaci di tradurre istantaneamente decine di lingue, ma continuiamo a litigare con le persone che amiamo perché una frase è stata interpretata diversamente da come intendevamo pronunciarla. E il fatto più curioso è che, quasi sempre, ciascuno dei due interlocutori è sinceramente convinto di aver capito perfettamente.
Non ascoltiamo soltanto ciò che viene detto, ma ciò che ci aspettiamo di sentire
Quando qualcuno ci parla, non riceviamo passivamente le sue parole per poi attribuire loro un significato neutrale. Il nostro cervello le interpreta immediatamente attraverso un sistema di aspettative, ricordi, convinzioni, esperienze e giudizi precedenti, costruendo una rappresentazione che ci appare talmente naturale da farci dimenticare che si tratta, appunto, di un'interpretazione.
Se siamo convinti che una persona ci disprezzi, tenderemo a riconoscere un'offesa anche in un'osservazione innocente; se consideriamo qualcuno particolarmente intelligente, saremo più disposti ad attribuire profondità a una sua affermazione banale; se siamo persuasi che il nostro interlocutore voglia ingannarci, qualsiasi esitazione potrà diventare la prova della sua malafede. Non stiamo necessariamente mentendo a noi stessi, perché il processo avviene spesso senza che ne siamo consapevoli: semplicemente, tendiamo a vedere e ascoltare il mondo attraverso ciò che già crediamo di sapere.
La psicologia chiama bias cognitivi queste distorsioni sistematiche del nostro modo di elaborare le informazioni. Uno dei più conosciuti è il bias di conferma, che ci porta a cercare, ricordare e interpretare soprattutto gli elementi che sostengono le nostre convinzioni, attribuendo minore importanza a quelli che potrebbero metterle in discussione. È un meccanismo che contribuisce a spiegare perché due persone possano assistere allo stesso avvenimento, leggere il medesimo articolo o ascoltare lo stesso discorso e ricavarne conclusioni diametralmente opposte.
Pensiamo alle discussioni sui social network, dove spesso non ci confrontiamo per comprendere una posizione diversa dalla nostra, ma per trovare l'argomento che ci permetterà di dimostrare quanto sia sbagliata. Oppure ai conflitti tra generazioni, nei quali un comportamento considerato rispettoso da chi è cresciuto in un determinato contesto culturale può apparire autoritario, invadente o incomprensibile a chi ha sviluppato valori differenti. Il problema non è necessariamente che qualcuno abbia torto e qualcun altro ragione, ma che ognuno tende a considerare universale il proprio modo di interpretare la realtà.
L'empatia non è sempre ciò che crediamo
Siamo abituati a considerare l'empatia una qualità fondamentale delle relazioni umane, e certamente lo è, ma anche il modo in cui cerchiamo di dimostrarla può essere condizionato dalle nostre convinzioni. Immaginiamo un'amica che ci mostri un nuovo taglio di capelli del quale è particolarmente orgogliosa e che noi troviamo decisamente poco riuscito. Potremmo complimentarci con entusiasmo per non ferire i suoi sentimenti, convinti di compiere un gesto di gentilezza, mentre un'altra persona potrebbe ritenere più rispettoso esprimere sinceramente la propria opinione, perché considera l'onestà una dimostrazione di fiducia.
Quale dei due comportamenti è davvero empatico? Non esiste una risposta valida in ogni circostanza, perché molto dipende dalla relazione, dal contesto, dal modo in cui viene espressa la sincerità e soprattutto da ciò di cui ha bisogno la persona che abbiamo davanti. Il punto interessante è che entrambi possiamo essere mossi dalle migliori intenzioni e, contemporaneamente, giudicare il comportamento dell'altro insensibile o ipocrita.
Comprendere qualcuno non significa attribuirgli le emozioni, le intenzioni e i bisogni che avremmo noi nella medesima situazione, ma riconoscere che potrebbe vivere quella situazione in modo completamente diverso. È una distinzione sottile, che richiede uno sforzo maggiore di quanto immaginiamo, perché ci obbliga ad abbandonare, almeno temporaneamente, il nostro punto di vista.
Quando la tecnologia ci dà l'illusione di capirci
Oggi disponiamo di strumenti di comunicazione che fino a pochi decenni fa sarebbero sembrati fantascienza. Possiamo parlare con persone dall'altra parte del mondo, tradurre conversazioni in tempo reale e chiedere all'intelligenza artificiale di interpretare, riassumere o riformulare praticamente qualsiasi testo. Eppure, la disponibilità di strumenti sempre più sofisticati non comporta automaticamente una maggiore comprensione reciproca.
Un traduttore può individuare correttamente il significato linguistico di una frase senza conoscere fino in fondo le intenzioni di chi l'ha pronunciata; un sistema di intelligenza artificiale può produrre una risposta perfettamente coerente partendo da presupposti sbagliati, e una conversazione apparentemente chiarissima può nascondere due interpretazioni incompatibili.
È proprio questa apparente chiarezza a rappresentare uno dei rischi maggiori, perché quando incontriamo una difficoltà evidente siamo naturalmente portati a chiedere spiegazioni, mentre quando tutto sembra comprensibile raramente sentiamo la necessità di verificare. Paradossalmente, il momento in cui siamo più convinti di aver capito potrebbe essere proprio quello in cui abbiamo maggiormente bisogno di mettere in discussione la nostra interpretazione.
La tecnologia può aiutarci a comunicare meglio, superare barriere linguistiche e avvicinare culture lontane, ma non può dispensarci dalla responsabilità di esercitare il dubbio, coltivare l'ascolto e riconoscere i limiti delle nostre convinzioni. Nessuna macchina, per quanto sofisticata, può stabilire al nostro posto quale significato attribuire alla relazione con un altro essere umano.
Il coraggio di dire «Forse non ho capito»
Viviamo in una società nella quale ammettere di non aver compreso qualcosa viene spesso considerato un segno di debolezza, mentre esprimere opinioni immediate, sicure e definitive sembra essere diventato quasi un requisito per partecipare alla conversazione pubblica. Abbiamo risposte per tutto, giudichiamo persone che non conosciamo sulla base di poche frasi estrapolate dal loro contesto e siamo pronti a difendere la nostra interpretazione di un evento anche quando disponiamo soltanto di informazioni frammentarie.
Eppure, una delle espressioni più intelligenti che possiamo pronunciare è anche una delle più semplici: «Forse non ho capito».
Non significa rinunciare alle proprie idee, accettare qualsiasi comportamento o considerare tutte le opinioni ugualmente fondate, ma riconoscere che tra ciò che un'altra persona intende comunicare e ciò che noi comprendiamo esiste uno spazio nel quale possono insinuarsi incomprensioni, pregiudizi e aspettative. Uno spazio che possiamo attraversare soltanto facendo domande, verificando le risposte e accettando la possibilità di aver interpretato male.
Quante discussioni tra amici potrebbero interrompersi prima di trasformarsi in rancore se qualcuno domandasse semplicemente «È questo che volevi dire?»; quante incomprensioni tra genitori e figli potrebbero essere risolte riconoscendo che la medesima parola, come rispetto, libertà o responsabilità, può possedere significati differenti per persone cresciute in epoche diverse; e quante relazioni sentimentali potrebbero diventare più serene se smettessimo di pretendere che chi ci ama debba necessariamente intuire ciò che non abbiamo mai espresso?
Non possiamo evitare ogni equivoco, perché l'ambiguità fa parte del linguaggio e della stessa natura umana, ma possiamo imparare a riconoscerla prima che diventi un giudizio, un'accusa o una ferita.
L'EQUIVOCO: un nuovo racconto di fantascienza da oggi su UAM.TV
Da oggi è disponibile su UAM.TV il nuovo audiolibro L'equivoco, un racconto di fantascienza scritto da Sebastiano Vianello che prende proprio da queste riflessioni il punto di partenza per immaginare un incontro straordinario tra l'umanità e una civiltà extraterrestre.
La storia è ambientata in un futuro nel quale gli esseri umani hanno imparato a riconoscere il valore dell'empatia, della creatività e delle relazioni, mentre una civiltà aliena, tecnologicamente molto più avanzata, ha costruito la propria evoluzione sulla razionalità e sull'eliminazione delle contraddizioni. Due mondi profondamente diversi, entrambi desiderosi di conoscersi e di imparare l'uno dall'altro, che dispongono di strumenti di comunicazione straordinariamente sofisticati, ma che si trovano a confrontarsi con una difficoltà molto più profonda delle semplici differenze linguistiche.
Senza anticipare gli sviluppi della vicenda, possiamo dire che L'equivoco utilizza la fantascienza non tanto per raccontare esseri provenienti da altri pianeti, quanto per osservare noi stessi da una prospettiva insolita. Le incomprensioni che attraversano il racconto sono, in fondo, le stesse che incontriamo ogni giorno nelle nostre famiglie, nelle relazioni di coppia, nelle amicizie, nei rapporti tra generazioni e nei confronti tra culture differenti.
La distanza tra due pianeti diventa così una metafora della distanza che può separare due persone sedute allo stesso tavolo, mentre una tecnologia apparentemente perfetta ci invita a riflettere su quanto sia fragile la nostra convinzione di comprendere davvero gli altri.
È anche una storia sul valore dell'immaginazione, sull'importanza della sensibilità e sul rapporto tra progresso scientifico e crescita umana, perché essere capaci di risolvere problemi complessissimi non significa necessariamente avere imparato a vivere insieme.
L'equivoco è disponibile da oggi in formato audiolibro su UAM.TV, per chi ama la fantascienza che non si limita a immaginare il futuro, ma pone domande profonde sul nostro presente.
Comprendere è più importante che avere ragione
Forse uno dei cambiamenti più importanti che potremmo introdurre nelle nostre relazioni consiste proprio nel modificare lo scopo delle conversazioni. Se parliamo con qualcuno soltanto per convincerlo, ogni sua obiezione diventa un ostacolo da superare e ogni differenza una minaccia alle nostre certezze; se invece proviamo sinceramente a comprenderlo, anche un disaccordo può trasformarsi in un'occasione per scoprire qualcosa che prima ignoravamo.
Questo non significa che dobbiamo essere sempre d'accordo, né che tutte le incomprensioni possano essere risolte attraverso il dialogo. Esistono conflitti reali, interessi incompatibili e comportamenti che meritano di essere contestati con fermezza, ma proprio per questo è importante distinguere un dissenso autentico da un equivoco, una differenza di valori da un errore di interpretazione e un'intenzione ostile da un gesto semplicemente mal compreso.
Forse non riusciremo mai a eliminare completamente le distanze che separano il nostro modo di vedere il mondo da quello degli altri, ma possiamo evitare di trasformarle automaticamente in barriere. E per farlo non occorrono tecnologie rivoluzionarie, sofisticati sistemi di traduzione o intelligenze artificiali capaci di interpretare ogni sfumatura del linguaggio: a volte basta avere la pazienza di ascoltare una risposta fino alla fine, il coraggio di rivedere un giudizio e l'umiltà di pronunciare quattro parole che potrebbero cambiare il corso di una conversazione.
«Forse non ho capito.»
Citazione d'autore
«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.»
Ludwig Wittgenstein
Consiglio consapevole
La prossima volta che una frase pronunciata da qualcuno ti provoca irritazione, delusione o rabbia, prova a non reagire immediatamente. Domandati se ciò che hai compreso corrisponde davvero a quello che l'altra persona intendeva comunicare, oppure se stai attribuendo alle sue parole un significato condizionato dalle tue aspettative. Quando è possibile, chiedile di spiegarsi meglio, senza trasformare la domanda in un'accusa. Potresti scoprire che stavate discutendo di due cose completamente diverse. E se anche il disaccordo dovesse rimanere, avrai almeno imparato a riconoscerlo per quello che è.
Musica consigliata
The Sound of Silence – Simon & Garfunkel
Un brano che sembra scritto per accompagnare questa riflessione, perché racconta la solitudine di persone che vivono circondate da parole e messaggi, ma che faticano a stabilire una comunicazione autentica. Una canzone capace di ricordarci che il silenzio non è soltanto assenza di suoni e che, qualche volta, anche le parole possono diventare una forma di silenzio quando nessuno è davvero disposto ad ascoltare.
Lettura consigliata
Pragmatica della comunicazione umana – Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson
Un classico degli studi sulla comunicazione e sulle relazioni umane, che ci aiuta a comprendere come i nostri comportamenti, le parole, i silenzi e il contesto nel quale interagiamo contribuiscano a costruire il significato di ciò che comunichiamo. Un libro particolarmente interessante per riconoscere i meccanismi attraverso i quali nascono e si alimentano le incomprensioni, anche tra persone che si conoscono profondamente.






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