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L'IMMORTALITÀ SAREBBE DAVVERO UN DONO?

Immagine del redattore: Redazione UAM.TV
Redazione UAM.TV
8 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Se nessuno morisse più, quale spazio rimarrebbe per le nuove generazioni? Dal nuovo audiolibro Quelli che restano, una riflessione sul significato della vita, sull'amore e sul valore del nostro tempo.

L'IMMORTALITÀ SAREBBE DAVVERO UN DONO?

Immaginiamo un futuro in cui l’invecchiamento sia stato definitivamente sconfitto. Gli esseri umani possono vivere per secoli, mantenendo salute, lucidità e capacità fisiche. La morte naturale è diventata un ricordo del passato e ogni individuo può teoricamente continuare a esistere per sempre.

All'inizio sembrerebbe il trionfo della scienza, la vittoria definitiva della nostra specie sulla propria fragilità. Ma il pianeta rimarrebbe quello che conosciamo, con risorse limitate, spazi finiti ed equilibri ambientali già oggi sottoposti a enormi pressioni. Se nessuno morisse più, quale posto rimarrebbe per chi deve ancora nascere?

Il problema non sarebbe soltanto demografico. Sarebbe soprattutto etico, sociale e politico. Chi avrebbe il diritto di mettere al mondo un figlio? Chi potrebbe decidere che una vita già vissuta debba lasciare spazio a una nuova? E soprattutto, per quale ragione il diritto di continuare a vivere dovrebbe essere più importante del diritto di cominciare a farlo?

Sono domande apparentemente lontane dalla nostra quotidianità, ma che in realtà riguardano già il presente. Ogni generazione eredita un mondo trasformato dalle scelte di quelle precedenti, ne utilizza le risorse e decide, consapevolmente o meno, quanto lasciarne a disposizione di chi verrà dopo.


Il diritto di restare e quello di arrivare


Siamo abituati a considerare la vita come un diritto individuale, qualcosa che ci appartiene e che nessuno dovrebbe poterci sottrarre. Ma ogni esistenza si sviluppa all'interno di una comunità e dipende da una rete di relazioni, risorse e responsabilità condivise.

Se un giorno la permanenza indefinita diventasse possibile, potremmo assistere alla nascita di una società immobile, nella quale chi occupa una posizione di potere, un ruolo professionale o semplicemente uno spazio fisico potrebbe conservarlo per secoli. Il naturale ricambio delle generazioni, che oggi permette anche il rinnovamento delle idee, delle sensibilità e delle strutture sociali, potrebbe interrompersi.

Pensiamo a quanto sarebbe diversa la storia se gli stessi governanti, imprenditori, dirigenti e rappresentanti delle istituzioni potessero rimanere al proprio posto per cinquecento anni. Naturalmente una lunga vita non impedirebbe di cambiare idee, imparare o evolversi, ma potrebbe rendere molto più difficile l'accesso delle nuove generazioni alle opportunità e alle decisioni.

La questione, allora, non sarebbe soltanto quanto a lungo possiamo vivere, ma quanto siamo disposti a condividere il mondo con chi viene dopo di noi.

Ed è una domanda che non riguarda esclusivamente un ipotetico futuro immortale. La incontriamo ogni volta che qualcuno rinuncia a un privilegio per lasciare spazio a un altro, ogni volta che un adulto decide di ascoltare un giovane invece di imporgli la propria esperienza, ogni volta che una generazione sceglie di non consumare tutto ciò che ha ricevuto in eredità.


La durata non è la misura della felicità


Nella nostra cultura tendiamo ad associare automaticamente una vita lunga a una vita migliore. Festeggiamo i compleanni come traguardi conquistati, celebriamo i centenari e guardiamo con ammirazione alle ricerche che promettono di rallentare l'invecchiamento. È comprensibile: il desiderio di continuare a vivere è profondamente radicato nella nostra natura.

Ma vivere più a lungo significa necessariamente vivere meglio?

Conosciamo persone che, pur avendo attraversato un'esistenza relativamente breve, hanno lasciato un'impronta straordinaria negli affetti, nella cultura o nella società. E conosciamo persone che, nonostante abbiano avuto a disposizione moltissimo tempo, sembrano non aver mai trovato una ragione autentica per utilizzarlo.

Il tempo, da solo, non garantisce né la felicità né la saggezza. Possiamo accumulare anni senza accumulare esperienze significative, attraversare secoli senza imparare ad amare, rimandare indefinitamente le decisioni importanti nella convinzione che ci sarà sempre un domani.

Anzi, forse proprio la consapevolezza che il nostro tempo sia limitato contribuisce a renderlo prezioso. Una giornata assume un valore diverso quando sappiamo che non potremo ripeterla all'infinito. Un abbraccio, una conversazione, un incontro possono diventare indimenticabili proprio perché appartengono a un momento irripetibile.

Questo non significa dover ringraziare la morte per il senso della vita. Significa riconoscere che il valore di un'esistenza non può essere misurato soltanto attraverso la sua durata.


L'amore, la memoria e la fatica di ricominciare


Esiste poi una dimensione ancora più intima dell'immortalità, che raramente compare nelle fantasie tecnologiche sul futuro: quella degli affetti.

Che cosa significherebbe amare qualcuno per trecento o quattrocento anni? E che cosa accadrebbe quando, nonostante la sconfitta dell'invecchiamento, una persona amata dovesse comunque morire per un incidente, una malattia o una scelta volontaria?

L'immortalità biologica non ci renderebbe invulnerabili alla perdita. Potremmo continuare a vivere per secoli portando con noi il ricordo di persone che non esistono più, accumulando lutti, separazioni, rimpianti e nostalgie.

Ma potremmo anche continuare a incontrare nuove persone, innamorarci, cambiare prospettiva e scoprire ragioni inattese per andare avanti. Perché il desiderio di vivere non dipende necessariamente dall'età, né dal numero di esperienze già attraversate.

A volte basta un incontro per restituire significato a un'esistenza che sembrava aver esaurito ogni possibilità. Una relazione può riaprire una porta che credevamo definitivamente chiusa, ricordandoci che non siamo soltanto la somma del nostro passato, ma anche ciò che possiamo ancora diventare.

Ed è forse questo uno degli aspetti più sorprendenti della condizione umana: possiamo sentirci vecchi e stanchi a trent'anni, oppure scoprire a novanta di avere ancora qualcosa di importante da vivere.


Imparare a lasciare spazio


Nella natura, la vita non è una successione di individui isolati, ma un processo continuo di trasformazione. Gli alberi caduti diventano nutrimento per nuove piante, le foglie si decompongono arricchendo il terreno e ogni organismo partecipa a un equilibrio che lo precede e che continuerà dopo di lui.

Noi esseri umani, invece, abbiamo spesso difficoltà ad accettare l'idea di non essere indispensabili. Ci aggrappiamo ai ruoli, agli oggetti, alle abitudini, alle posizioni conquistate e persino alle nostre convinzioni, come se lasciare qualcosa significasse necessariamente perdere una parte di noi stessi.

Eppure, imparare a lasciare spazio non equivale a rinunciare alla propria esistenza. Può significare trasmettere conoscenze senza pretendere di controllare chi le riceve, accompagnare i figli verso l'autonomia, accettare che altri possano fare le cose diversamente da noi o riconoscere che il cambiamento non rappresenta sempre una minaccia.

Forse una società davvero evoluta non dovrebbe limitarsi a cercare il modo di prolungare indefinitamente la vita, ma dovrebbe imparare a rendere più giusta, dignitosa e significativa quella che abbiamo.

Dovremmo preoccuparci non soltanto di quanti anni possiamo aggiungere alla nostra esistenza, ma di quanta vita riusciamo ad aggiungere ai nostri anni.


Quelli che restano: un racconto per immaginare il nostro futuro

 


Queste riflessioni sono al centro di Quelli che restano, il nuovo racconto di fantascienza di Sebastiano Vianello, ora disponibile in versione audiolibro su UAM.TV.

Una storia ambientata in un futuro in cui l'umanità ha sconfitto l'invecchiamento, ma si trova costretta ad affrontare le conseguenze di quella che sembrava la sua più grande conquista.

In un mondo dove nessuno muore più di vecchiaia, la Terra non ha spazio per tutti. Per consentire una nuova nascita, qualcuno deve scegliere volontariamente di rinunciare alla propria esistenza.

Elena attende da quarantuno anni la possibilità di avere una figlia con il marito ormai scomparso. Pietro, un uomo di seicentododici anni, ha deciso di lasciare il proprio posto per permetterle di realizzare quel desiderio. Ma durante l'attesa i due si conoscono e tra loro nasce un legame inatteso, capace di restituire a Pietro qualcosa che credeva di aver perduto per sempre: la voglia di vivere.

Dopo Undici minuti e quarantadue secondi, questo nuovo racconto utilizza ancora una volta la fantascienza non tanto per immaginare tecnologie straordinarie, quanto per osservare da una prospettiva diversa le contraddizioni della nostra società e della natura umana.

Perché, in fondo, la domanda che attraversa la storia non riguarda soltanto un futuro impossibile da prevedere. Riguarda il nostro presente, le nostre relazioni e il modo in cui consideriamo il valore della vita, nostra e degli altri.

Se potessimo vivere per sempre, chi sarebbe disposto a lasciare il proprio posto?

E se invece la vera conquista non fosse vivere per sempre, ma imparare a vivere in modo tale che qualcosa di noi possa continuare a esistere anche quando non ci saremo più?



Citazione d'autore

«Non è che abbiamo poco tempo, è che ne perdiamo molto.»

Lucio Anneo Seneca, De brevitate vitae

Consiglio consapevole

Oggi prova a chiederti quali cose importanti continui a rimandare soltanto perché sei convinto di avere ancora molto tempo davanti a te. Una telefonata, una riconciliazione, un progetto, un viaggio, una parola d'amore mai pronunciata. Scegline una e compi un piccolo passo per realizzarla. Non perché domani potrebbe essere troppo tardi, ma perché non esiste una ragione per rimandare continuamente ciò che può rendere più significativa la nostra vita oggi.

Musica per la lettura

High Hopes – Pink Floyd

Una riflessione musicale sul tempo che passa, sui sogni della giovinezza, sulla nostalgia e sulle possibilità che abbiamo lasciato dietro di noi. Le atmosfere malinconiche e il finale sospeso accompagnano perfettamente le domande sul significato del tempo e della vita.

Lettura consigliata

Le intermittenze della morte – José Saramago

In un paese immaginario, improvvisamente, nessuno muore più. Quello che potrebbe sembrare un miracolo si trasforma presto in una crisi sociale, politica, economica e morale. Con la sua ironia e la sua straordinaria capacità di osservare le contraddizioni umane, Saramago esplora le conseguenze di un mondo privato della morte. Un romanzo che dialoga idealmente con le domande di Quelli che restano.

 


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