ENZO BIAGI: IL CORAGGIO DI FARE DOMANDE SCOMODE

La libertà d'informazione e il rischio di vivere in un mondo che ci dà sempre ragione.

Un mestiere che dovrebbe disturbare
Il 6 novembre 2007 moriva a Milano Enzo Biagi, uno dei più importanti giornalisti italiani del Novecento, un uomo che aveva attraversato la guerra, partecipato alla Resistenza, raccontato le trasformazioni della società italiana e intervistato alcuni dei protagonisti più influenti della storia contemporanea; un cronista che aveva conosciuto il potere da vicino, ma che aveva cercato, non senza difficoltà e controversie, di mantenere quella distanza necessaria per poterlo osservare e raccontare. A diciannove anni dalla sua scomparsa, ricordarlo non dovrebbe significare soltanto celebrare un grande professionista della carta stampata e della televisione, ma soprattutto interrogarci su che cosa sia diventata l'informazione e su quanto siamo ancora disposti ad ascoltare qualcosa che non corrisponde alle nostre convinzioni.
Biagi apparteneva a una generazione di giornalisti per i quali una buona domanda poteva essere molto più importante di una risposta brillante; sapeva che il compito di chi racconta i fatti non è necessariamente quello di conquistare la simpatia dell'intervistato o di rassicurare il pubblico, ma di cercare ciò che rischierebbe di rimanere nascosto, dimenticato o volutamente ignorato. Il giornalismo, quando svolge davvero la propria funzione, non dovrebbe essere un comodo specchio nel quale riconoscere le nostre idee, ma una finestra attraverso la quale osservare anche ciò che preferiremmo non vedere.
Quando una domanda diventa pericolosa
Nell'aprile del 2002, durante una visita ufficiale a Sofia, l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi accusò pubblicamente Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi di avere fatto un uso criminoso della televisione pubblica, auspicando che la nuova dirigenza della Rai impedisse il ripetersi di quella situazione. Quelle dichiarazioni passarono alla storia come il cosiddetto editto bulgaro e, poche settimane dopo, il programma quotidiano di Biagi, Il Fatto, concluse la propria esperienza televisiva senza essere riproposto nella stagione successiva; il giornalista sarebbe tornato sugli schermi della Rai soltanto nel 2007, pochi mesi prima della morte.
Al di là delle differenti valutazioni politiche che si possono esprimere su quella vicenda, rimane una questione fondamentale: quanto può dirsi libera un'informazione quando chi esercita il potere pretende di stabilire quali domande siano legittime e quali voci meritino di essere ascoltate? La libertà di stampa non è un privilegio concesso ai giornalisti, ma una garanzia per tutti i cittadini, perché una società nella quale determinate domande non possono essere poste è una società nella quale qualcuno ha già cominciato a decidere quali risposte possiamo conoscere.
Ed è importante ricordare che questo principio non dovrebbe cambiare a seconda di chi governa; difendere la libertà di espressione soltanto quando viene esercitata da qualcuno che condivide le nostre idee non significa difendere un diritto, ma rivendicare un vantaggio per la propria parte. Una democrazia matura dovrebbe saper accettare la critica, persino quando è sgradevole, senza confonderla automaticamente con l'ostilità, e dovrebbe pretendere da ogni giornalista lo stesso rigore, indipendentemente dalle simpatie politiche che gli vengono attribuite.
Dalla censura al mondo che ci dà ragione
Sono passati quasi vent'anni dalla morte di Biagi e il mondo dell'informazione è cambiato profondamente; oggi non abbiamo più bisogno di aspettare il telegiornale della sera o l'uscita del quotidiano per conoscere ciò che accade, perché le notizie ci raggiungono continuamente attraverso telefoni, piattaforme social, notifiche e sistemi di intelligenza artificiale. La quantità di informazioni disponibili è cresciuta in maniera straordinaria, ma questo non significa necessariamente che siamo diventati cittadini meglio informati.
Secondo il Digital News Report 2026 del Reuters Institute dell'Università di Oxford, nei 48 mercati analizzati i social media e le piattaforme video hanno superato, come modalità di accesso alle notizie, sia la televisione sia i siti e le applicazioni delle testate giornalistiche; contemporaneamente, la fiducia complessiva nelle notizie è scesa al 37%, il livello più basso registrato dal rapporto dall'inizio delle rilevazioni nel 2015. È un paradosso sul quale dovremmo riflettere: abbiamo accesso a un numero enorme di contenuti, ma facciamo sempre più fatica a riconoscere quelli affidabili.
Una parte del problema nasce dal modo in cui scegliamo le informazioni e dal modo in cui le piattaforme ce le propongono; tendiamo a seguire persone che condividono le nostre idee, a leggere articoli che rafforzano le nostre opinioni e a diffidare delle fonti che le mettono in discussione, mentre gli algoritmi possono amplificare queste preferenze suggerendoci contenuti simili a quelli con cui abbiamo già interagito. Non si tratta di un meccanismo assoluto, né gli algoritmi sono gli unici responsabili della polarizzazione, ma il rischio di restringere progressivamente il nostro orizzonte informativo è reale.
Così possiamo arrivare a vivere dentro una sorta di stanza piena di specchi, convinti di osservare il mondo da tante prospettive diverse quando, in realtà, continuiamo a vedere riflessa la nostra stessa immagine; e ogni volta che qualcuno prova ad aprire una finestra, anziché guardare fuori, ci affrettiamo a chiuderla perché la luce ci dà fastidio.
Il diritto di dubitare e il dovere di verificare
Naturalmente non bisogna cadere nell'errore opposto, immaginando che ogni opinione abbia lo stesso valore o che tutte le versioni di un avvenimento siano ugualmente attendibili; il pensiero critico non consiste nel dubitare indiscriminatamente di qualsiasi cosa, né nel considerare falsa una notizia soltanto perché proviene da una fonte istituzionale o vera perché arriva da qualcuno che si presenta come indipendente. Consiste, piuttosto, nel riconoscere la differenza tra un fatto verificabile e la sua interpretazione, nel valutare le prove disponibili, nel confrontare le fonti e, soprattutto, nell'accettare la possibilità di avere sbagliato.
C'è una differenza enorme tra fare una domanda per comprendere e farla soltanto per dimostrare che abbiamo già ragione; nel primo caso siamo disposti a modificare le nostre convinzioni, nel secondo utilizziamo qualunque risposta come un'arma da rivolgere contro chi la pensa diversamente. E questa abitudine non riguarda soltanto il giornalismo o la politica, perché la ritroviamo nelle discussioni familiari, nei rapporti di coppia, nelle amicizie e in tutte quelle situazioni nelle quali smettiamo di ascoltare l'altro perché siamo troppo occupati a preparare la nostra replica.
La curiosità autentica richiede una forma particolare di coraggio: quello di ammettere che potremmo non sapere abbastanza. Non significa rinunciare alle proprie idee o diventare incapaci di prendere posizione, ma comprendere che una convinzione solida non dovrebbe temere il confronto con i fatti e che cambiare opinione, quando emergono elementi nuovi, non è una sconfitta personale; è uno dei modi attraverso i quali continuiamo a crescere.
Il silenzio di chi dovrebbe parlare
Esiste poi un'altra forma di censura, meno evidente di quella esercitata attraverso un divieto esplicito, ma non per questo meno preoccupante: l'abitudine a tacere per convenienza, per timore di perdere un incarico, per non compromettere una relazione professionale o semplicemente per evitare di esporsi alle critiche. Non sempre è necessario impedire a qualcuno di parlare; a volte è sufficiente creare le condizioni perché cominci a pensare che sia meglio non farlo.
Questo meccanismo riguarda anche noi, molto più di quanto siamo disposti ad ammettere, perché quante volte abbiamo rinunciato a esprimere un dubbio durante una conversazione, a chiedere spiegazioni davanti a una decisione ingiusta o a intervenire quando qualcuno veniva giudicato senza avere la possibilità di difendersi? Non tutte le battaglie meritano di essere combattute e non ogni silenzio è una forma di vigliaccheria, ma esiste una differenza sostanziale tra scegliere consapevolmente di non intervenire e abituarsi progressivamente a non pensare più con la propria testa.
La libertà d'informazione, in fondo, non si misura soltanto dalla possibilità di pubblicare una notizia; si misura anche dalla disponibilità di una società ad ascoltarla, verificarla e discuterla, perfino quando mette in crisi il racconto che quella società ama fare di se stessa.
Conclusione – Le domande che ci rendono liberi
Ricordare Enzo Biagi significa allora ricordare qualcosa che va ben oltre la sua professione: la libertà non consiste nell'avere sempre ragione, ma nel poter cercare la verità senza essere costretti ad adattarla alle aspettative di qualcuno. Significa comprendere che una domanda scomoda non è necessariamente una provocazione e che chi mette in discussione le nostre certezze non è automaticamente un nemico; potrebbe essere, al contrario, una delle persone che ci stanno offrendo l'occasione di guardare il mondo con maggiore chiarezza.
Forse dovremmo imparare a giudicare la qualità dell'informazione non soltanto dalla quantità di notizie che riceviamo, ma da quante volte quelle notizie ci aiutano a comprendere qualcosa che prima ignoravamo; e forse dovremmo valutare la qualità delle nostre conversazioni non dal numero di persone che siamo riusciti a convincere, ma dalle domande nuove che ci hanno lasciato.
Perché le risposte possono rassicurarci, confermare le nostre convinzioni e farci sentire dalla parte giusta; ma sono le domande, soprattutto quelle che ci mettono a disagio, a impedirci di smettere di pensare.
Citazione d'autore
Il commento è libero, ma i fatti sono sacri.
C. P. Scott, giornalista e direttore del Manchester Guardian, 1921.
Consiglio consapevole
Oggi prova a leggere un articolo scritto da qualcuno che non condivide le tue opinioni su un argomento che ti sta particolarmente a cuore; non cercare immediatamente gli errori, non preparare mentalmente una risposta e non sentirti obbligato a cambiare idea, ma prova a comprendere il ragionamento e a distinguere ciò che è sostenuto da fatti verificabili da ciò che è un'interpretazione. Alla fine chiediti: ho scoperto qualcosa che non sapevo? Se la risposta è sì, avrai imparato qualcosa anche senza avere necessariamente cambiato posizione.
Musica per la lettura
La libertà – Giorgio Gaber
Una canzone che si sposa perfettamente con il ricordo di Enzo Biagi e con il tema dell'articolo, perché ci invita a considerare la libertà non come un semplice diritto individuale, ma come una responsabilità che prende forma nel confronto e nella partecipazione alla vita collettiva. Con la sua straordinaria capacità di unire musica, teatro e riflessione civile, Gaber ci ricorda che essere liberi non significa soltanto poter esprimere le proprie opinioni, ma anche saper ascoltare, discutere e mettere in discussione le proprie certezze.
Lettura consigliata
Era ieri – Enzo Biagi, a cura di Loris Mazzetti (Rizzoli, 2005)
Un viaggio attraverso i ricordi professionali e personali di Enzo Biagi, la storia di un uomo che ha dedicato la propria vita al giornalismo e che ripercorre incontri, testimonianze e vicende della televisione italiana, compresa la controversa conclusione del programma Il Fatto. Una lettura utile per comprendere non soltanto un protagonista del nostro giornalismo, ma anche una stagione importante della storia civile del Paese.






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