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Dieci anni dopo Amatrice: ricordare significa anche chiedere perché

  • Immagine del redattore: Redazione UAM.TV
    Redazione UAM.TV
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Il 24 agosto 2016 il terremoto colpì il cuore dell’Italia centrale. La natura provocò la scossa, ma la vulnerabilità degli edifici, le responsabilità umane e le lentezze della ricostruzione ci obbligano ancora oggi a interrogarci.

Dieci anni dopo Amatrice: ricordare significa anche chiedere perché

Le 3:36 di una notte di agosto


Alle 3:36 del 24 agosto 2016 una scossa di magnitudo 6.0 colpì l’Italia centrale. L’epicentro venne localizzato nei pressi di Accumoli, ma il terremoto raggiunse un territorio molto più vasto, attraversando Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo. Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto divennero in poche ore i nomi di una tragedia nazionale: 299 persone persero la vita, centinaia rimasero ferite, migliaia furono costrette ad abbandonare le proprie case. Interi paesi, con le loro piazze, le chiese, i negozi e le strade percorse ogni giorno, sembrarono dissolversi nella polvere.

Sono passati dieci anni, ma il tempo delle ricorrenze non coincide sempre con quello delle persone. Per chi ha perduto un familiare, una casa o il proprio paese, il terremoto non appartiene semplicemente al passato. Continua a vivere nei rumori improvvisi, negli oggetti recuperati dalle macerie, nelle fotografie di ciò che esisteva prima, nelle comunità disperse e nella fatica di riconoscere come “casa” un luogo ricostruito o profondamente trasformato.

Ricordare quella notte significa restituire un nome e una storia alle vittime, ma anche evitare che la commemorazione si riduca a una cerimonia ripetuta ogni anno. La memoria diventa davvero utile soltanto se produce consapevolezza e ci costringe a guardare ciò che avremmo potuto fare, ciò che non è stato fatto e ciò che ancora possiamo cambiare.


Il terremoto è naturale, il disastro non sempre lo è


Un terremoto nasce nelle profondità della Terra e non può essere impedito. La sua trasformazione in una catastrofe, però, dipende anche da ciò che trova in superficie: edifici vulnerabili, materiali inadeguati, controlli insufficienti, territorio mal gestito, prevenzione rinviata, norme applicate male oppure troppo tardi.

Questa distinzione è fondamentale, perché attribuire ogni conseguenza alla fatalità rischia di assolvere in anticipo decisioni, omissioni e responsabilità umane. La domanda non può limitarsi a quanto fosse forte una scossa; deve riguardare anche la capacità degli edifici di resistere, la conoscenza del rischio, la qualità dei controlli e le risorse destinate alla prevenzione prima che l’emergenza occupi per qualche giorno le prime pagine.

L’Italia è uno dei Paesi europei maggiormente esposti al rischio sismico e possiede competenze scientifiche e tecniche di altissimo livello. Eppure continuiamo spesso a investire più energie nella gestione del dopo che nella preparazione del prima. La prevenzione rimane invisibile: non produce immagini spettacolari, non alimenta la retorica dell’emergenza e non offre inaugurazioni immediate. Salva vite proprio grazie a ciò che impedisce di vedere.


Ricostruire le case senza disperdere le comunità


La ricostruzione non riguarda soltanto muri, tetti e strade. Un paese è formato anche dalle relazioni tra le persone, dai gesti quotidiani, dalla memoria condivisa, dal bar in cui ci si incontra, dal forno, dalla scuola, dai vicini che si salutano dalle finestre. Trasferire a lungo gli abitanti lontano dai centri colpiti può spezzare lentamente questo tessuto, anche se offre una sistemazione materialmente sicura.

Le macerie possono essere rimosse in pochi mesi; la perdita di una comunità richiede molto più tempo per essere compresa. Alcuni abitanti ritornano, altri costruiscono altrove la propria vita, i giovani cercano opportunità in città lontane e gli anziani restano custodi di luoghi che faticano a rinascere. Il rischio è ricostruire edifici perfetti in paesi ormai privati della loro anima.

Dieci anni rappresentano dunque un’occasione per osservare non soltanto quanto cemento sia stato versato, ma quanta vita sia riuscita a tornare. La qualità della ricostruzione si misura anche nella possibilità di abitare nuovamente un luogo senza sentirsi estranei, conservandone l’identità e, insieme, rendendolo più sicuro.


Dall’Aquila ad Amatrice, le domande che ritornano


Sette anni prima del terremoto dell’Italia centrale, alle 3:32 del 6 aprile 2009, una scossa di magnitudo 6.3 aveva colpito L’Aquila e numerosi centri abruzzesi. Morirono 309 persone e oltre 1.500 rimasero ferite. Anche allora la tragedia aprì interrogativi dolorosi sulla vulnerabilità degli edifici, sulla classificazione sismica, sulla qualità delle costruzioni e sul funzionamento dei controlli.

A quella tragedia è dedicato Sangue e cemento, il primo documentario sul terremoto in Abruzzo, prodotto e diretto da Thomas Torelli e realizzato dal Gruppo Zero, oggi disponibile su UAM.TV.


Attraverso testimonianze e interviste a sismologi, geologi, tecnici del territorio e delle costruzioni, avvocati e magistrati, il film indaga le cause immediate e le responsabilità più lontane: il risparmio sui materiali e sulle tecniche, i controlli mancati, la speculazione favorita a discapito della sicurezza dei cittadini.

Il documentario pone domande che conservano intatta la loro urgenza: perché L’Aquila non era inserita nella fascia 1 di pericolosità sismica? Perché una scossa in un territorio del quale si conosceva la fragilità provocò tante vittime? Soprattutto, quanto di ciò che accadde poteva essere evitato?

Guardare oggi Sangue e cemento, nel decimo anniversario del sisma di Amatrice, significa riconoscere un filo che unisce tragedie diverse. Cambiano i luoghi, le date e i nomi delle vittime, ma ritornano il dolore, le promesse, le polemiche e le domande sulla prevenzione. Un film d’inchiesta non restituisce ciò che è andato perduto, ma può impedire che la memoria venga addomesticata e trasformata in una fatalistica accettazione dell’inevitabile.


La consapevolezza è una forma di protezione


Parlare di consapevolezza davanti a un terremoto richiede rispetto. Nessuna disposizione interiore può fermare una faglia o rendere meno reale il dolore di chi ha perduto tutto. La consapevolezza, in questo caso, assume una forma concreta e collettiva: conoscere il territorio in cui viviamo, sapere come comportarci durante un’emergenza, pretendere edifici sicuri, non tollerare scorciatoie nella costruzione e nella manutenzione, chiedere trasparenza alle istituzioni.

Anche informarsi diventa un atto di responsabilità. Comprendere il rischio permette di sottrarlo sia alla paura incontrollata sia alla rimozione. Vivere in una zona sismica non significa aspettare il peggio, ma costruire le condizioni affinché un evento naturale non si trasformi nuovamente in una strage.

La coscienza individuale, da sola, non basta. Servono politiche pubbliche, controlli rigorosi, investimenti continuativi e una cultura della prevenzione capace di attraversare governi, amministrazioni e generazioni. Tuttavia ogni scelta collettiva nasce anche dalla disponibilità dei cittadini a conoscere, ricordare e chiedere conto di ciò che viene fatto in loro nome.


Ricordare per proteggere il futuro


Dieci anni dopo Amatrice, il silenzio dedicato alle vittime deve lasciare spazio anche alle domande. Ricordare significa custodire il dolore senza trasformarlo in spettacolo, accompagnare chi continua a viverne le conseguenze e riconoscere che la sicurezza non può dipendere dall’attenzione intermittente dei giorni successivi a una tragedia.

La Terra continuerà a muoversi. La nostra responsabilità consiste nel decidere che cosa troveranno le prossime scosse sopra di sé: edifici fragili e controlli aggirati oppure comunità preparate, costruzioni sicure e istituzioni capaci di proteggere davvero la vita.

Come scriveva Italo Calvino:

«La memoria conta veramente – per gli individui, le collettività, le civiltà – solo se tiene insieme l’impronta del passato e il progetto del futuro.»

La memoria di Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e L’Aquila ci chiede esattamente questo: conservare l’impronta di ciò che è accaduto e trasformarla in un progetto capace di impedire che le stesse domande debbano essere poste ancora, davanti a nuove macerie.


Citazione d’autore

«Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere.»

José Saramago

Musica da ascoltare durante la lettura



Domani, il brano collettivo registrato da numerosi artisti italiani dopo il terremoto dell’Aquila. Una canzone nata dal dolore e dalla solidarietà, che conserva la promessa di un domani possibile senza cancellare ciò che è accaduto.

Consiglio consapevole

Dedica qualche minuto a verificare il livello di rischio sismico del luogo in cui vivi e le indicazioni della Protezione Civile. Individua i punti più sicuri della casa, evita di collocare oggetti pesanti sopra letti e divani e condividi con la famiglia poche indicazioni chiare su come comportarsi. Prepararsi non significa vivere nella paura: significa ridurre l’improvvisazione nel momento in cui lucidità e tempo potrebbero mancare.


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