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Carosello. Quando la pubblicità era un racconto condiviso

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    Redazione UAM.TV
  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Quando uno spot durava il tempo di una storia e restava nella memoria di tutti

Carosello. Quando la pubblicità era un racconto condiviso

C’è stato un tempo in cui la televisione non scorreva ininterrotta, non inseguiva l’attenzione a colpi di secondi, non chiedeva di restare incollati. Un tempo in cui la giornata aveva un ritmo preciso, quasi rituale, e quel ritmo passava anche da un appuntamento fisso, riconoscibile, familiare. Carosello non era soltanto pubblicità. Era un confine simbolico. Dopo Carosello, si andava a dormire. Lo sapevano i bambini, lo sapevano i genitori, lo sapeva l’Italia intera.

Quell’imperativo domestico, “a letto dopo Carosello”, racconta meglio di qualsiasi analisi sociologica il ruolo che questo programma ha avuto nella formazione di intere generazioni. Carosello non vendeva solo prodotti. Costruiva immaginari, linguaggi, attese. Era una parentesi serale in cui la pubblicità si mascherava da racconto, e il racconto diventava educazione sentimentale, ironia condivisa, memoria collettiva.


Un formato unico, irripetibile


Andato in onda dal 1957 al 1977, Carosello nasceva da una regola tanto semplice quanto rivoluzionaria. Prima si raccontava una storia, poi, solo negli ultimi secondi, si poteva nominare il prodotto. Nessuna invasione, nessuna sovrapposizione. Il messaggio commerciale restava sullo sfondo, quasi timido. In primo piano c’erano personaggi, gag, micro-narrazioni. Veri e propri cortometraggi, spesso animati, altre volte recitati, sempre pensati per intrattenere prima ancora che convincere.

A differenza degli spot contemporanei, costruiti per interrompere e catturare, Carosello chiedeva attenzione e la ricambiava con qualità. Era un patto non scritto con lo spettatore. Io ti faccio sorridere, tu mi ascolti. Io ti racconto una storia, tu mi concedi il tuo tempo. In quell’equilibrio delicato si è formata una grammatica visiva che ancora oggi influenza il nostro modo di comunicare.


Personaggi che vivono ancora


Alcuni protagonisti di Carosello sono entrati nel lessico quotidiano, sopravvivendo al prodotto che promuovevano. Calimero, il pulcino nero e sfortunato, è diventato il simbolo di chi si sente trattato ingiustamente . Caballero e Carmencita hanno trasformato il caffè in una storia d’amore ironica e teatrale. La Linea ha dimostrato che bastano una voce e un tratto per creare un mondo intero. Jo Condor, con il suo sarcasmo insistente, ha reso memorabile perfino l’antipatia.

Non erano semplici mascotte. Erano figure narrative, riconoscibili, dotate di carattere, capaci di evolversi puntata dopo puntata. In un’epoca in cui tutto tende a essere usa e getta, la loro longevità racconta quanto fosse profondo il legame emotivo creato con il pubblico.


Un laboratorio per artisti e linguaggi


Carosello è stato anche una palestra creativa straordinaria. Vi hanno lavorato alcuni dei più grandi nomi della cultura italiana, spesso in fasi iniziali o sperimentali della loro carriera. Federico Fellini ha firmato episodi che sembravano piccoli sogni cinematografici. Dario Fo ha portato la sua comicità surreale. Bruno Bozzetto ha rivoluzionato l’animazione televisiva, mentre Armando Testa ha costruito un immaginario visivo ancora oggi studiato.

Carosello era uno spazio di libertà dentro confini rigidi, e proprio quei confini costringevano a inventare. A trovare soluzioni narrative, visive, sonore. A sperimentare. In questo senso, è stato un vero incubatore culturale, capace di contaminare cinema, teatro, illustrazione, musica.


L’eredità lunga del racconto pubblicitario


Quando Carosello chiude, nel 1977, la sua lezione non scompare all’improvviso. Per almeno un altro paio di decenni la pubblicità televisiva italiana continua a raccontare storie, seppur in modo più esplicitamente orientato alla vendita. Nascono narrazioni seriali, personaggi ricorrenti, piccoli universi che tornano sera dopo sera. Pensiamo all’epopea surreale del fortino della Legione Straniera, in cui Massimo Lopez porta avanti per anni la stessa lunghissima telefonata che “ti allunga la vita”. O alle vicende quasi paradisiache dei testimonial che si sono avvicendati nel tempo nel promuovere un noto caffè, trasformando il gesto quotidiano del caffè in una commedia dell’anima. Fino ad arrivare a esempi più recenti, come l’iconico gorilla che suona la batteria per un analcolico biondo, diventato memorabile prima ancora che il termine “virale” entrasse nel nostro lessico.

In tutti questi casi il prodotto c’era, certo, ma non era il vero protagonista. Al centro restavano il racconto, l’intrattenimento, la sorpresa. Segni evidenti di un’eredità diretta di Carosello, che aveva dimostrato come la pubblicità potesse essere anche cultura popolare, immaginazione condivisa, gioco intelligente.


Una televisione che educava senza dirlo


Forse il lascito più profondo di Carosello non è nei prodotti venduti, ma nel tempo condiviso che ha creato. Ha insegnato a distinguere tra racconto e messaggio. Ha educato allo sguardo, all’attesa, al rispetto dei tempi. Ha mostrato che anche la comunicazione commerciale può essere elegante, ironica, persino poetica.

Oggi la pubblicità è ovunque, spesso urlata, frammentata, invisibile per eccesso di presenza. Carosello, al contrario, esisteva perché sapeva ritirarsi. Finiva, e lasciava spazio al silenzio della sera. E forse è per questo che lo ricordiamo ancora. Perché non cercava di occupare tutto. Si accontentava di entrare, ogni notte, nelle case degli italiani come un ospite educato.

E di tutto questo dobbiamo ringraziare creativi e copywriter geniali, capaci di insegnarci non solo a comprare, ma soprattutto a sognare. Perché quando una pubblicità riesce a farlo, smette di essere solo pubblicità e torna a essere ciò che Carosello era stato fin dall’inizio. Un racconto condiviso.


Citazione d’autore

“La televisione non è cattiva. È solo ciò che siamo quando la guardiamo.”

Umberto Eco

Consiglio consapevole

Ogni tanto rallenta il tuo consumo di immagini. Cerca storie che sappiano accompagnarti, non interromperti. Come faceva Carosello.


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