top of page
banner uam.jpg

Quando sotto l’ombrellone si giocava davvero

  • Immagine del redattore: Redazione UAM.TV
    Redazione UAM.TV
  • 1 lug
  • Tempo di lettura: 7 min

Dai castelli di sabbia allo scrolling compulsivo: cosa abbiamo perso nel passaggio dai giochi di spiaggia all’intrattenimento infinito dello smartphone

Quando sotto l’ombrellone si giocava davvero


C’è stato un tempo, non così lontano, in cui andare al mare significava entrare in un mondo parallelo. Bastavano un secchiello, una paletta, un pallone sgonfio, due racchettoni, qualche biglia colorata e una striscia di sabbia libera per trasformare una giornata qualunque in un’avventura. I bambini costruivano castelli destinati a crollare con la prima onda, i ragazzi scavavano piste impossibili per le biglie, le ciabatte diventavano pali di una porta, gli asciugamani delimitavano territori, le conchiglie erano tesori, le onde erano nemici da sfidare. E poi c’erano i romanzi letti sotto l’ombrellone, con la copertina un po’ ondulata dall’umidità e la sabbia infilata tra le pagine, e la Settimana Enigmistica che passava di mano in mano, tra cruciverba, rebus, parole crociate e tentativi ostinati di finire almeno uno schema prima del bagno. La spiaggia intera diventava un grande spazio di relazione, immaginazione e libertà.

Fino ai primi anni Duemila, prima che lo smartphone diventasse una presenza costante nelle mani e nelle tasche di tutti, il tempo sotto l’ombrellone aveva un ritmo diverso. Si giocava, si litigava, si faceva pace, ci si annoiava, si inventava qualcosa, si aspettava il momento giusto per fare il bagno, si guardavano gli altri bambini per capire se unirsi a loro, si imparava a chiedere: “Posso giocare anch’io?”. Era una piccola scuola di vita, nascosta dentro una giornata d’estate.

Oggi molte di quelle scene esistono ancora, ma sembrano più rare, più fragili, più intermittenti. Sempre più spesso, sotto l’ombrellone, il gesto dominante non è scavare, correre, costruire, leggere o chiamare qualcuno da lontano, ma scorrere uno schermo. Il dito sale e scende, il volto resta fermo, il corpo si ritira, il mondo intorno continua a esistere ma diventa sfondo. Non è solo una questione di nostalgia; è una domanda sul modo in cui stiamo imparando, o disimparando, a stare nel tempo, nello spazio e nella relazione.


La spiaggia come palestra invisibile


I giochi da spiaggia sembravano semplici, persino banali. Eppure contenevano una quantità enorme di esperienze formative. Fare una pista per le biglie voleva dire progettare, scavare, correggere, aspettare il proprio turno, accettare che la sabbia franasse, ricominciare. Costruire un castello significava collaborare, dare una forma all’immaginazione, scoprire che ogni opera è temporanea e che non per questo è inutile. Giocare a pallone con due ciabatte come porta insegnava regole flessibili, negoziazione, conflitto, alleanze, frustrazione e gioia.

Erano giochi fisici, imperfetti, pieni di imprevisti. La palla finiva addosso a qualcuno, il castello veniva invaso da un bambino più piccolo, la pista veniva calpestata da un adulto distratto, il mare cancellava tutto proprio quando sembrava perfetto. Ma proprio in quella precarietà c’era una forma di apprendimento. Il bambino non controllava tutto, doveva adattarsi. Il gioco non era programmato da un algoritmo, non premiava sempre, non offriva contenuti infiniti; chiedeva presenza.

La spiaggia, in questo senso, era una palestra invisibile. Non solo per il corpo, ma per l’attenzione, la pazienza, la fantasia, la socialità. Si imparava a osservare gli altri, a capire quando entrare in un gruppo, a sopportare un no, a inventare alternative. Si imparava anche ad annoiarsi, e l’ozio, per un bambino, non è un vuoto da riempire immediatamente, ma uno spazio da cui può nascere qualcosa. Scolpitela nella vostra testa, quest'ultima frase!


Il tempo lento prima del contenuto infinito


Chi è cresciuto negli anni Ottanta, Novanta o nei primi anni Duemila ricorda bene quel tempo elastico delle vacanze. Le giornate sembravano lunghissime, a volte quasi interminabili. Non c’era sempre qualcosa da guardare, non c’era un video successivo, non c’era una notifica capace di interrompere ogni pensiero. Quando non si sapeva cosa fare, bisognava inventarselo.

Questa apparente povertà di stimoli era in realtà una ricchezza. Il cervello aveva il tempo di vagare, il corpo di muoversi, lo sguardo di perdersi. Un bambino poteva restare dieci minuti a osservare una fila di formiche, mezz’ora a cercare sassi lisci, un pomeriggio intero a perfezionare una buca nella sabbia. Un ragazzo poteva leggere lo stesso romanzo per giorni, riprendendolo tra un bagno e l’altro, oppure intestardirsi su un cruciverba come se da quella parola mancante dipendesse il senso dell’estate. Non tutto doveva essere utile, produttivo, condivisibile o fotografabile.

Lo smartphone ha cambiato profondamente questo rapporto con il tempo. Non perché sia cattivo in sé, ma perché porta con sé una disponibilità continua di stimoli. Ogni pausa può essere riempita, ogni attesa può essere cancellata, ogni momento di noia può essere anestetizzato. Sotto l’ombrellone, quello che un tempo era un tempo sospeso rischia di diventare un’estensione della stessa iperconnessione che accompagna il resto dell’anno.


Lo scrolling come finta libertà


Lo scrolling dà l’impressione di scegliere. Sembra che siamo noi a decidere cosa guardare, quando fermarci, cosa ignorare, cosa cercare. In realtà, molto spesso, più che scegliere veniamo trascinati. Un contenuto dopo l’altro, un video dopo l’altro, una battuta, una notizia, una polemica, una faccia, una canzone, una pubblicità, un frammento di vita altrui. Tutto scorre, ma dentro di noi qualcosa si ferma.

Il gesto è minimo, quasi immobile. Basta un dito. Ma l’effetto può essere enorme: perdiamo la percezione del tempo, ci isoliamo dalle persone accanto, consumiamo stimoli senza trasformarli in esperienza. È una forma di intrattenimento che promette leggerezza, ma spesso lascia una sensazione sottile di vuoto, come quando si mangia senza fame e poi ci si accorge di non aver davvero gustato nulla.

Sotto l’ombrellone questo diventa evidente. Si prende il telefono per controllare una cosa e mezz’ora dopo si è ancora lì, con il mare davanti e lo sguardo altrove. Il paradosso è forte: siamo in uno dei luoghi più sensoriali che esistano, pieni di luce, vento, acqua, voci, sabbia, odori, corpi in movimento, eppure possiamo riuscire a non esserci davvero.


Non era tutto meglio, ma qualcosa era più vivo


Ogni discorso nostalgico corre un rischio: trasformare il passato in un paradiso che non è mai esistito. Non era tutto meglio. Anche allora ci si annoiava, ci si escludeva, si litigava, si passavano pomeriggi interi senza sapere cosa fare. Non tutti i bambini erano socievoli, non tutti amavano il pallone, non tutti trovavano facilmente un gruppo. La spiaggia poteva essere anche solitudine, imbarazzo, timidezza.

Ma proprio per questo quei giochi avevano valore. Esponevano alla realtà. Non proteggevano da ogni disagio, non offrivano sempre una gratificazione immediata, non permettevano di cambiare contenuto appena qualcosa diventava scomodo. Dentro quei giochi c’erano il corpo, gli altri, il limite, l’attesa, l’errore, la fatica, la gioia non filtrata.

Anche la lettura, in quel contesto, aveva un tempo diverso. Non era un contenuto da consumare in fretta, ma una compagnia silenziosa. Un romanzo portato in borsa, un giallo iniziato in treno, un libro lasciato sull’asciugamano con il segno tra le pagine, diventavano parte della vacanza.

Oggi il digitale può essere una risorsa straordinaria. Può connettere, informare, far creare, permettere a ragazzi timidi di esprimersi, aprire mondi e possibilità. Il problema non è lo smartphone in sé, ma il momento in cui smette di essere uno strumento e diventa un rifugio automatico. Il problema nasce quando ogni vuoto viene riempito prima ancora di essere ascoltato; quando la noia non ha più il tempo di diventare immaginazione; quando la presenza fisica degli altri viene sostituita da una compagnia infinita ma impersonale.


Restituire ai bambini il diritto alla sabbia


Forse la domanda più importante non è: “Come facciamo a togliere il telefono ai ragazzi?”. La domanda più utile è: “Che cosa possiamo restituire loro?”. Perché se l’unica alternativa allo schermo è un divieto, lo schermo vincerà quasi sempre. Ma se l’alternativa è un’esperienza viva, condivisa, corporea, affettiva, allora può nascere uno spazio diverso.

Restituire ai bambini il diritto alla sabbia significa permettere loro di sporcarsi, sudare, discutere, costruire cose inutili, inventare regole assurde, perdere tempo senza sentirsi in colpa. Significa non trasformare ogni vacanza in un programma da ottimizzare, ogni momento in una foto da pubblicare, ogni silenzio in un’occasione per controllare il telefono. Significa anche che gli adulti devono dare l’esempio, perché è difficile chiedere a un ragazzo di lasciare lo schermo se gli adulti, per primi, passano il tempo a fissarlo.

Forse potremmo ricominciare da gesti semplici. Una partita a racchettoni senza contare i punti. Una pista per le biglie costruita insieme. Un castello di sabbia fatto senza preoccuparsi di quanto durerà. Una passeggiata sulla battigia senza telefono in mano. Un romanzo letto senza interruzioni. Un cruciverba affrontato insieme, chiedendo a qualcuno: “Mi viene in mente solo una parola, ma non entra”. Piccole cose, certo. Ma è proprio attraverso le piccole cose che si ricostruisce un modo diverso di abitare il tempo.


Conclusione: tornare presenti


I giochi da spiaggia non erano solo giochi. Erano un modo di stare al mondo. Erano il corpo che incontrava lo spazio, la fantasia che incontrava la materia, il desiderio che incontrava gli altri. Erano un tempo non ancora colonizzato dalla prestazione, dalla connessione continua, dall’intrattenimento infinito.

Lo scrolling compulsivo sotto l’ombrellone non è il segno che i ragazzi di oggi siano peggiori. È il segno che vivono dentro un ambiente progettato per catturare la loro attenzione in ogni istante. Per questo la responsabilità non può essere scaricata solo su di loro. Serve una nuova educazione alla presenza, per i bambini, per gli adolescenti e soprattutto per gli adulti.

Forse quest’estate potremmo fare una prova. Prima di prendere il telefono, guardare il mare. Prima di scorrere un video, aprire un libro, fare due passi, iniziare una parola crociata, osservare un bambino che costruisce qualcosa nella sabbia. Prima di riempire ogni pausa, lasciare che la pausa esista. Perché a volte non abbiamo bisogno di più contenuti, ma di più vita. E la vita, spesso, comincia proprio dove lo schermo finisce.


Citazione d’autore

"Il gioco è la forma più alta della ricerca."

Albert Einstein

Consiglio consapevole

Durante una giornata al mare, prova a scegliere un’ora senza telefono, non come rinuncia ma come esperimento. Porta con te qualcosa di semplice: un pallone, un mazzo di carte, delle biglie, un libro, una paletta, una Settimana Enigmistica, o anche solo la disponibilità a osservare. Guarda cosa accade quando il tempo non viene subito riempito. Potresti scoprire che la noia, se le lasci spazio, sa ancora costruire castelli.


Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page