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H.G. Wells: immaginare il futuro per capire meglio il presente

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Redazione UAM.TV
1 giorno fa
Tempo di lettura: 4 min

A 160 anni dalla nascita dello scrittore che trasformò la fantascienza in uno specchio delle paure, delle speranze e delle contraddizioni dell’umanità

H.G. Wells: immaginare il futuro per capire meglio il presente

Il 21 settembre 1866, esattamente 160 anni fa, nasceva Herbert George Wells. Oggi il suo nome è legato soprattutto a titoli diventati archetipi della fantascienza, come La macchina del tempo, L’isola del dottor Moreau, L’uomo invisibile e La guerra dei mondi. Eppure definire Wells semplicemente uno scrittore di fantascienza significa perdere forse la parte più interessante del suo lavoro. La sua formazione scientifica — studiò biologia prima di dedicarsi alla scrittura — contribuì a fare dei suoi romanzi non soltanto avventure ambientate in mondi impossibili, ma veri esperimenti mentali attraverso i quali osservare la società del suo tempo. L’Università di Oxford lo indica, insieme a Jules Verne, tra gli autori che contribuirono in modo decisivo alla nascita della moderna fantascienza.


Il futuro come laboratorio


Quando Wells manda il suo Viaggiatore del Tempo nell’anno 802.701 non gli interessa realmente raccontarci come sarà il mondo tra centinaia di migliaia di anni. Gli Eloi e i Morlock de La macchina del tempo sono prima di tutto l’estremizzazione di una domanda che apparteneva alla società industriale nella quale Wells viveva: che cosa potrebbe accadere se le divisioni tra le classi sociali continuassero indefinitamente?

È questo uno dei meccanismi più potenti della fantascienza. Prendere qualcosa che esiste già nel presente, spingerlo molto più avanti e osservare cosa succede. Non significa necessariamente prevedere il futuro. Significa costruire un futuro possibile per comprendere meglio ciò che stiamo facendo oggi.

Wells stesso era profondamente interessato a questo modo di pensare. Nel suo saggio The Discovery of the Future rifletteva sull'incapacità degli esseri umani di considerare seriamente il tempo che deve ancora venire e sul fatto che l'evoluzione dell'umanità non possa essere considerata conclusa.


Marziani, uomini invisibili e animali trasformati in uomini


Anche le creature fantastiche di Wells raccontano qualcosa di molto terrestre. Ne La guerra dei mondi, una civiltà immensamente più avanzata invade la Terra e tratta gli esseri umani con la stessa indifferenza con cui gli uomini spesso hanno trattato altri popoli o altre specie. Ne L'uomo invisibile, una straordinaria conquista scientifica non rende migliore chi la possiede, ma amplifica progressivamente la sua distanza dagli altri. Nell'Isola del dottor Moreau, invece, la possibilità tecnica di modificare gli esseri viventi diventa una domanda inquietante sui limiti della ricerca e sulla responsabilità di chi dispone della conoscenza.

Il punto, quindi, non è quasi mai la macchina.

Il punto siamo noi.

Una nuova tecnologia può aumentare enormemente ciò che un essere umano è capace di fare, ma non necessariamente ciò che è capace di comprendere. Wells intuì molto presto questa distanza: possiamo diventare più potenti senza diventare altrettanto saggi.

Ed è difficile pensare a una domanda più contemporanea.


Il futuro è già cominciato


Oggi parliamo di intelligenza artificiale, ingegneria genetica, robotica, cambiamento climatico, sorveglianza digitale, colonizzazione dello spazio. Molte tecnologie che fino a pochi decenni fa avremmo collocato senza esitazioni nella fantascienza fanno ormai parte della nostra quotidianità.

Ma proprio per questo leggere Wells oggi può essere particolarmente utile. Non perché avesse previsto con precisione il nostro mondo. Le profezie tecnologiche invecchiano quasi sempre molto più velocemente delle domande che le hanno generate. Ciò che rimane sorprendentemente attuale è invece il suo metodo: guardare qualcosa che sta nascendo e domandarsi non soltanto che cosa possiamo farne, ma che cosa potrebbe fare a noi.

Nel 1914 Wells scrisse una frase che conserva una notevole forza: “With our eyes averted obstinately from the future we are backing towards disaster.” Possiamo tradurla così: «Con gli occhi ostinatamente distolti dal futuro, stiamo arretrando verso il disastro.» 

Non è un invito ad avere paura del futuro. È quasi il contrario: è un invito a guardarlo.


Prevedere significa soprattutto scegliere


C'è un errore che facciamo spesso quando parliamo del futuro: immaginiamo che sia un luogo già esistente verso il quale ci stiamo semplicemente dirigendo. Ma il futuro non è ancora accaduto. È composto anche dalle decisioni che prendiamo oggi, dalle tecnologie che decidiamo di sviluppare, dalle regole che scegliamo di darci e soprattutto dagli obiettivi che consideriamo desiderabili.

La fantascienza migliore ci ricorda proprio questo. Non dice necessariamente: “Ecco che cosa succederà.” Molto più spesso ci domanda: “È questo ciò che vogliamo che succeda?”

Forse è per questo che, centosessant'anni dopo la nascita di H.G. Wells, continuiamo a raccontare storie ambientate nel futuro. Perché parlare di uomini del tremillesimo anno, intelligenze artificiali, pianeti lontani o civiltà aliene è uno dei modi che abbiamo inventato per parlare di noi stessi senza avere noi stessi direttamente davanti agli occhi.

E qualche volta, prendendo abbastanza distanza, riusciamo finalmente a vederci meglio.


Citazione d'autore

«Con gli occhi ostinatamente distolti dal futuro, stiamo arretrando verso il disastro.»

H.G. Wells, An Englishman Looks at the World - Traduzione dall'originale inglese.

Il consiglio consapevole

Prova a guardare una tecnologia che utilizzi ogni giorno come se arrivassi dal passato. Il telefono, un social network, un navigatore o un sistema di intelligenza artificiale. Chiediti non soltanto quanto ti sia utile, ma anche quali tue abitudini abbia cambiato. Il futuro spesso entra nelle nostre vite senza annunciarsi.

Musica da ascoltare

“In the Year 2525” – Zager and Evans

Pubblicata nel 1969, immagina un'umanità sempre più dipendente dalla tecnologia lungo una successione di futuri lontanissimi. Dietro la sua apparente semplicità c'è una domanda molto wellsiana: fino a che punto il progresso può sostituirsi all'essere umano prima di trasformarlo completamente?


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