Oltre le tifoserie: quando smettiamo di scegliere da che parte stare
- Redazione UAM.TV

- 4 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min
Un invito a uscire dalla logica del conflitto e a rimettere al centro l’essere umano, oltre ideologie, confini e narrazioni

Premessa
Oggi scegliamo consapevolmente di fare un passo diverso dal solito. Non per allontanarci da ciò che siamo, ma per restarvi fedeli in modo più esplicito. Ci sono momenti in cui il tentativo di mantenere equilibrio tra le parti rischia di trasformarsi in una forma di silenzio, e il silenzio, in certi passaggi, diventa una presa di posizione implicita.
Il nostro lavoro è sempre stato orientato a coltivare consapevolezza. Mettere in relazione fatti, informazioni e visioni per ampliare lo sguardo, non per restringerlo. Abbiamo cercato di non essere divisivi, di tenere insieme complessità diverse, di evitare letture semplici di realtà che semplici non sono.
Quello che leggerete non nasce dal desiderio di creare contrapposizione, ma dalla necessità di non aderire a una narrazione che riduce tutto a schieramenti. È una presa di posizione, ma non nel senso tradizionale del termine. Non a favore di una parte contro un’altra, ma contro la logica stessa che obbliga a scegliere una parte.
Sappiamo che questo può non essere condiviso da tutti. E lo accettiamo. Non chiediamo adesione, ma disponibilità all’ascolto. Perché ciò che proviamo a fare, anche oggi, è restare dentro la complessità senza tradirla.
Oltre le tifoserie
Non riusciamo a stare dentro le tifoserie. Nemmeno quando una delle due parti ci è profondamente antipatica. Possiamo criticare le guerre, le interferenze, le conseguenze devastanti che hanno lasciato nel mondo, ma questo non ci obbliga a chiudere gli occhi davanti a tutto il resto. Non funziona così. Non dovrebbe funzionare così. Ridurre tutto a una scelta binaria è rassicurante, ma è anche profondamente fuorviante.
La guerra, in fondo, non serve a niente. È solo una gara per misurarsi. Un modo primitivo per stabilire chi è meglio di chi, chi ha più forza, chi può imporsi. Ma nessuno è meglio di nessuno. E ogni volta che qualcuno prova a dimostrarlo con le armi, sta già mostrando il contrario. Sta mostrando il limite, non la superiorità. Sta mostrando l’incapacità di trovare un altro linguaggio.
Non stiamo con chi bombarda, né con chi sogna di farlo. Non stiamo con chi impone sanzioni che colpiscono i civili, né con chi opprime il proprio popolo mentre parla di giustizia e resistenza. Empatizziamo con le persone, sempre, con chi paga il prezzo delle decisioni prese da altri, con chi si trova a vivere dentro conseguenze che non ha scelto.
Ma anche qui sentiamo la necessità di fermarci un momento in più. Perché quando quella sofferenza viene usata, piegata, trasformata in propaganda, smette di essere ascolto e diventa strumento. Ed è lì che non possiamo più seguirla. In quel passaggio sottile in cui il dolore perde la sua autenticità e diventa funzione di una narrazione, qualcosa si rompe. E in quel punto, per noi, è necessario fermarsi, fare un passo indietro, non lasciarsi trascinare.
Ancora più insopportabili sono le guerre sostenute dalla religione. E ancora peggio quelle economiche, mascherate e coperte sotto il linguaggio della religione o, peggio ancora, della democrazia. Perché lì la manipolazione è totale: si prende qualcosa che dovrebbe unire e lo si usa per dividere, dominare, controllare, rendendo tutto più difficile da riconoscere.
Noi non ci riconosciamo in una religione o un’altra, ma proprio per questo riconosciamo che ogni religione ha la stessa dignità di esistere. Nascono tutte dalle stesse domande, dalle stesse paure, dallo stesso bisogno umano di dare un senso al mondo. Non dovrebbero combattersi tra loro, ma interrogarsi, contaminarsi, imparare le une dalle altre. Invece spesso diventano strutture rigide, fatte di dogmi, potere e identità contrapposte. Ed è in quel passaggio che perdono la loro forza originaria e diventano strumenti.
E allora sentiamo il bisogno di dire una cosa semplice e diretta: le guide religiose, il Papa in primis, che si spendono tanto in parole per la pace, dovrebbero avere il coraggio di fare un passo in più. Non solo parlare. Andare lì dove cadono le bombe. Mettersi davvero in gioco. Esporsi. Perché la pace non può restare un discorso protetto. Se è vera, deve esporsi, deve attraversare il rischio, deve entrare nei luoghi in cui manca.
La democrazia non è uno slogan. Non è qualcosa che esiste “un po’ sì e un po’ no”. Esiste solo quando siamo davvero tutti uguali. Nel momento in cui qualcuno pensa di essere meglio degli altri, è già finita. Non ha gradi, non ha sfumature. C’è o non c’è. Senza se e senza ma. Tutto il resto sono narrazioni che servono a coprire una realtà più scomoda.
E poi c’è un altro nodo che non affrontiamo mai davvero: l’idea stessa di proprietà sui beni comuni. Come se ciò che è di tutti potesse essere diviso, recintato, posseduto. Il mondo non ha confini. I confini li abbiamo disegnati noi, e li abbiamo disegnati col sangue. Difendiamo linee immaginarie come se fossero sacre, quando in realtà sono solo il risultato di guerre, conquiste, interessi stratificati nel tempo.
Forse finché continueremo a ragionare in termini di “mio” e “tuo” anche su ciò che dovrebbe essere di tutti, continueremo anche a combattere per difenderlo. E allora sì, tutto questo andrà avanti, alimentato da una logica che non mettiamo mai davvero in discussione.
E forse è proprio questo che non riusciamo più ad accettare: questa continua richiesta di scegliere da che parte stare, come se il mondo fosse diviso in buoni e cattivi. Non funziona così. Non ha mai funzionato così. E continuare a raccontarcela in questo modo è solo un altro modo per far andare avanti tutto questo, per semplificare ciò che invece andrebbe compreso.
Non scegliere una tifoseria non significa non avere una posizione. Significa rifiutare una posizione imposta. Significa provare a restare lucidi, a restare umani, anche quando tutto intorno spinge verso la semplificazione, verso la reazione immediata, verso la divisione.
E forse qui si apre anche una chiave più profonda, più evolutiva. Ogni confine che tracciamo fuori, ogni scelta netta che facciamo, rappresenta in realtà qualcosa che sta accadendo dentro di noi. Non è mai solo una posizione esterna. È sempre anche un processo di coscienza.
Nel momento in cui tracciamo quel limite e ci identifichiamo con una parte, stiamo confermando uno schema, un sistema di convinzioni che abita dentro di noi. Ma quello schema non è assoluto. È sempre relativo. Diventa vero e reale per noi solo perché, in quel momento, scegliamo di crederci.
Riconoscere questo non significa smettere di prendere posizione. Significa farlo con maggiore consapevolezza. Sapendo che ogni scelta racconta qualcosa di noi, prima ancora che del mondo.
Citazione d’autore
“Chi ha il privilegio di conoscere ha il dovere di agire.”
Albert Einstein
Consiglio consapevole
Quando senti il bisogno di schierarti immediatamente, fermati un momento. Non per sottrarti, ma per vedere meglio. A volte la vera libertà non è scegliere una parte, ma non farsi scegliere da nessuna.






Commenti