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Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese

  • Immagine del redattore: Redazione UAM.TV
    Redazione UAM.TV
  • 12 minuti fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Nel dolore che attraversa la Storia, il nostro compito è non distogliere lo sguardo.

Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Una ricorrenza che oggi pesa più che mai


La Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese arriva quest’anno in un clima tra i più complessi e laceranti della memoria recente. Non è una ricorrenza simbolica né un appuntamento rituale. È un momento che chiede silenzio e responsabilità, presenza e coraggio emotivo, capacità di guardare ciò che spesso preferiamo ignorare. Non possiamo più farlo, non adesso, non di fronte alle immagini, alle testimonianze, ai numeri e soprattutto alle vite spezzate che arrivano da Gaza e dalla Cisgiordania.

In questo 29 novembre il mondo assiste a una precarietà che non riguarda solo i negoziati geopolitici, ma la semplice possibilità di sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone. Parlare di solidarietà significa ricordare che la sofferenza umana precede ogni schieramento, ogni propaganda, ogni mappa.


Una situazione ancora estremamente precaria


Gli spiragli diplomatici che emergono non riescono a scalfire la sensazione di instabilità profonda che domina la regione. La vita quotidiana di intere comunità rimane sospesa tra tregue fragili, ostilità che riprendono senza preavviso e un futuro che cambia a ogni dichiarazione politica.

A questa precarietà si aggiunge un’urgenza non più eludibile: gli aiuti umanitari devono ricominciare a entrare a Gaza in modo immediato, senza filtri, senza limitazioni, senza condizioni politiche mascherate da burocrazia. Migliaia di famiglie non hanno accesso a cibo, acqua potabile, medicinali, elettricità. Ogni giorno senza aiuti è una condanna silenziosa, un prolungamento della sofferenza che nessuna guerra può giustificare. La solidarietà, oggi, è anche questo: pretendere che la vita dei civili non venga usata come leva negoziale.


Il nodo degli ultimi due ostaggi: un punto di rottura


La questione degli ultimi due ostaggi ancora nelle mani di Hamas rappresenta un punto cruciale, forse il più delicato di questa fase. Nel momento in cui i loro corpi verranno restituiti, quella che finora è stata una leva negoziale – fragile, dolorosa, precaria – svanirà del tutto. Non ci sarà più alcun margine su cui “contrattare” una tregua, né condizioni residue da porre per avvicinare una fine definitiva delle ostilità. Resterà solo il vuoto, un vuoto che rischia di aprire la porta alle azioni più imprevedibili.

Ed è proprio questo vuoto a generare i timori più fondati. Molti osservatori internazionali temono che il governo di Netanyahu possa sfruttare quel momento per spingere verso una nuova escalation militare. In questi mesi abbiamo già visto come ogni episodio, ogni spiraglio, ogni minima occasione sia stata trasformata in pretesto per ampliare le operazioni, intensificare i bombardamenti e ridurre ulteriormente lo spazio di sopravvivenza della popolazione civile. Una volta terminata la fase degli ostaggi, il rischio che non ci sia più alcun freno alle operazioni appare purtroppo concreto.


Responsabilità internazionale: evitare che la morte diventi pretesto


È proprio qui che il senso profondo di questa giornata si manifesta con tutta la sua urgenza. La solidarietà non è un gesto astratto: è la richiesta globale di vigilare, di non permettere che la morte diventi ancora una volta giustificazione per il massacro, di rifiutare la logica secondo cui la sicurezza può scaturire dalla devastazione di un popolo già esausto.

Significa chiedere alla comunità internazionale di intervenire con fermezza, di far valere il diritto internazionale, di impedire nuove escalation, di rompere la spirale per cui ogni violenza genera altra violenza. E significa pretendere che gli aiuti umanitari diventino un diritto inviolabile, non una concessione arbitraria.


L’umanità che supera ogni schieramento


Ogni madre che piange un figlio, ogni bambino che vive sotto il rumore delle bombe, ogni anziano che vede la propria casa ridotta in macerie non appartiene a una parte o all’altra. Appartiene all’umanità. E questa giornata ricorda che, oltre le narrazioni di propaganda, oltre i giudizi lampo dei social, oltre i calcoli politici, resta una verità essenziale: nessun popolo merita di essere cancellato.

La solidarietà è allora un atto di presenza interiore. È la decisione personale di non accettare che la sofferenza venga usata come arma politica. È la volontà collettiva di immaginare una pace reale, non retorica; un futuro in cui giustizia e convivenza non siano slogan, ma pratica.


Un dovere morale che riguarda tutti noi


La Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese ci chiede di restare vigili. Di non distogliere lo sguardo. Di scegliere la complessità invece della semplificazione, l’ascolto invece del giudizio, la pace invece della vendetta. E soprattutto ci chiede di riconoscere che la dignità umana non può essere condizionata, ritardata o concessa a metà. Gli aiuti umanitari devono passare. La vita deve passare.

Oggi, più che mai, la solidarietà non è un gesto. È un dovere morale.


Citazione d’autore

“Se vuoi costruire la pace, comincia col proteggere la vita.”

Martin Luther King Jr.

Consiglio consapevole

Oggi prova a informarti da più prospettive, a leggere testimonianze dirette, a guardare il mondo al di là delle narrazioni automatiche. La consapevolezza nasce quando scegliamo di mettere in discussione ciò che davamo per scontato. E ogni pensiero, ogni minuto dedicato alla pace, crea spazio per un futuro diverso.


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