top of page
banner uam.jpg

Non devi essere bravo per cominciare

Immagine del redattore: Redazione UAM.TV
Redazione UAM.TV
14 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Cantare, disegnare, ballare, scrivere: possiamo riscoprire il piacere di fare qualcosa senza dover dimostrare di avere talento.

Non devi essere bravo per cominciare

C’è qualcuno che ha smesso di cantare perché, una volta, gli hanno detto che era stonato. Qualcuno che non prende una matita in mano dai tempi della scuola, quando il suo disegno è stato confrontato con quello del compagno più bravo. Qualcuno che alle feste rimane seduto, anche quando una canzone gli muove i piedi sotto il tavolo, perché è convinto di non saper ballare. Sono rinunce piccole, spesso così antiche da essere diventate parte della nostra descrizione di noi stessi: io non sono portato, io non ho fantasia, io con queste cose sono negato. Eppure, prima di imparare a giudicarci, molte di queste cose le facevamo. Magari con risultati improbabili, ma con una partecipazione che non aveva bisogno di essere giustificata.

Un bambino può disegnare un gatto con sei zampe e una coda più grande della casa senza domandarsi se qualcuno comprerebbe quel disegno. Sta raccontando qualcosa, esplorando una possibilità, divertendosi a lasciare una traccia. Anche i bambini, naturalmente, possono temere il confronto e cercare approvazione; ma in quel gesto c’è una libertà che da adulti rischiamo di concederci sempre meno: fare qualcosa perché ci va di farla. Quando abbiamo cominciato a credere che, per continuare, fosse necessario essere bravi?


Quando il piacere diventa un esame


Forse è successo un poco alla volta. Un commento ricevuto nel momento sbagliato, un insegnante impaziente, una risata che ci è rimasta addosso più del previsto. Oppure siamo stati noi a trasformare una difficoltà iniziale in una sentenza definitiva. Abbiamo provato a suonare e le dita non andavano dove volevamo; abbiamo scritto una pagina e ci è sembrata banale; abbiamo frequentato una lezione di ballo sentendoci impacciati. Da quel disagio siamo arrivati a una conclusione molto più ampia: questa cosa non fa per me.

Da adulti, poi, il tempo sembra dover rendere conto del proprio impiego. Un’attività deve essere utile, farci migliorare, produrre qualcosa di presentabile. Se cuciniamo, qualcuno suggerisce di aprire un profilo; se lavoriamo il legno, ci chiedono perché non vendiamo le nostre creazioni; se facciamo fotografie, arriva il consiglio di trasformare la passione in un secondo lavoro. Sono proposte che possono nascere dall’affetto e diventare opportunità belle, ma possiamo anche desiderare che una passione rimanga semplicemente un luogo in cui stare bene. Il piacere di fare una cosa è già una ragione per dedicarle una parte della nostra giornata.


Il confronto con chi sa fare meglio


A rendere più difficile questo permesso c’è la quantità di risultati straordinari che possiamo vedere ogni giorno. Apriamo un video e qualcuno dipinge un paesaggio con una facilità disarmante; poco dopo, una persona prepara un dolce perfetto, un’altra suona un brano difficilissimo, un’altra ancora trasforma un pezzo d’argilla in un vaso elegante. Noi guardiamo il nostro foglio, la nostra torta un po’ storta, il nostro accordo che continua a suonare male, e ci sembra che la distanza sia troppo grande per meritare un tentativo.

Ma stiamo confrontando il nostro momento di apprendimento con un risultato di cui spesso ignoriamo la storia: gli anni di pratica, i tentativi scartati, gli aiuti ricevuti. E soprattutto stiamo dimenticando una domanda: desideriamo davvero arrivare a quel livello? Possiamo voler imparare tre accordi per accompagnare una serata tra amici, senza immaginare un palco. Possiamo amare il disegno senza cercare uno stile riconoscibile. Il traguardo può essere molto vicino: trascorrere un’ora piacevole, osservare meglio una foglia, sentire cosa succede quando proviamo.


La libertà di essere principianti


Essere principianti da adulti ci espone a una fragilità particolare. Siamo abituati a conoscere il nostro lavoro, a gestire responsabilità, a risolvere problemi; poi ci ritroviamo davanti a un passo di danza e non capiamo da che parte muovere il piede. Può essere frustrante, ma può anche diventare un incontro interessante con noi stessi. Ci permette di riconoscere quanto pretendiamo da noi, quanto ci pesa essere osservati e quanto in fretta confondiamo un errore con un difetto personale.

Possiamo darci il tempo di imparare e cercare persone capaci di accompagnarci senza umiliarci. Possiamo prendere lezioni, chiedere consigli, esercitarci con serietà, se lo desideriamo. Coltivare il piacere e migliorare possono andare insieme; il problema nasce quando rimandiamo ogni soddisfazione al giorno in cui saremo finalmente abbastanza bravi. Quel giorno, se il nostro giudice interiore continua ad alzare l’asticella, rischia di allontanarsi a ogni progresso.


Qualcosa può restare soltanto nostro


C’è anche una libertà che vale la pena recuperare: fare qualcosa senza mostrarla. Scrivere una poesia e lasciarla in un cassetto, ballare in cucina senza registrarsi, disegnare sul retro di una busta senza fotografare il risultato. Condividere può essere bellissimo, soprattutto quando troviamo ascolto e incoraggiamento; ma possiamo custodire anche esperienze che non hanno un pubblico. Il loro valore rimane nel tempo che abbiamo vissuto, nell’attenzione che abbiamo dedicato, nel piacere che ci hanno dato.

E questa libertà possiamo offrirla anche agli altri. Quando qualcuno ci mostra qualcosa che ha fatto, possiamo chiedergli come gli è venuta l’idea, quale parte gli è piaciuta, se ha voglia di continuare. Prima ancora di formulare un giudizio sul risultato, possiamo incontrare la persona che c’è dietro. A volte basta un ascolto curioso per rendere più facile il tentativo successivo.


Riprendere da una piccola gioia


Forse c’è un’attività che abbiamo abbandonato e che, ogni tanto, torna a chiamarci. Una chitarra nell’armadio, una scatola di colori, il desiderio di iscriverci a teatro, un quaderno comprato per scrivere e rimasto vuoto. Possiamo ripartire da lì, senza trasformare il ritorno in un programma impegnativo. Una canzone, un disegno, una pagina: abbastanza poco da poter cominciare, abbastanza nostro da volerci tornare.

Potremmo migliorare molto, scoprire una passione duratura oppure accorgerci che preferiamo fare altro. Intanto ci saremo concessi un’esperienza che una vecchia convinzione ci teneva lontana. E magari, una sera, ci sorprenderemo a cantare mentre prepariamo la cena. La voce sarà quella di sempre, con le sue incertezze e le sue note sbagliate, ma questa volta avremo voglia di arrivare fino in fondo alla canzone.


Citazione d’autore

«Praticate qualsiasi arte […] per scoprire che cosa avete dentro, per far crescere la vostra anima.»

Kurt Vonnegut,

Consiglio consapevole

Questa settimana dedica quindici minuti a qualcosa che ti piace ma che eviti perché pensi di non saperlo fare. Scegli un gesto semplice: disegnare un oggetto, cantare una canzone, inventare una breve storia. Alla fine, prima di giudicare il risultato, chiediti: «Mi è piaciuto farlo? Ho voglia di riprovare?». Lascia che anche queste risposte contino.

Musica per accompagnare la lettura

“Balla balla ballerino” – Lucio Dalla

Il suo ritmo crescente accompagna bene il tema dell’articolo: possiamo ascoltarlo come un invito a lasciarci coinvolgere dalla musica, concedendo al corpo qualche movimento spontaneo, senza sorvegliarlo continuamente.

Lettura consigliata

“Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie” – Gianni Rodari.

Una proposta per chi desidera ripartire dal gioco con le parole e dall’invenzione. Da avvicinare con un quaderno accanto e la disponibilità a seguire un’idea anche quando sembra buffa, strana o poco promettente.

 


Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page