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Abitare davvero: perché le nostre case ci somigliano sempre meno

  • Martina Colorio
  • 20 apr
  • Tempo di lettura: 4 min
Abitare davvero: perché le nostre case ci somigliano sempre meno

Durante il mio lavoro da consulente, e anche nella vita quotidiana, mi capita spesso di entrare in case che sembrano uscite dallo stesso catalogo. Cambiano gli indirizzi, cambiano le persone, ma gli spazi restano incredibilmente simili. Stesse finiture, stessi arredi, stessi colori neutri che dovrebbero trasmettere eleganza e invece, almeno per me, restituiscono una sensazione difficile da ignorare: una mancanza.

Non è solo una questione di gusto. È qualcosa di più profondo. È come se, a un certo punto, avessimo interrotto il dialogo con lo spazio che abitiamo.


Quando il luogo perde la sua voce


Da antropologa culturale, tendo a osservare gli ambienti con uno sguardo etnografico. Le case, le città, gli oggetti parlano. Raccontano storie, relazioni, identità. O almeno, dovrebbero farlo.

Oggi, soprattutto nei contesti urbani, vedo sempre più spesso una perdita di relazione tra interno ed esterno, tra architettura e territorio. Gli spazi si uniformano a un’estetica globalizzata che appiattisce tutto: differenze, memorie, radici.

Le popolazioni antiche parlavano di genius loci, lo spirito del luogo. Una presenza che nasce dall’incontro tra ambiente, storia e comunità. Oggi, invece, siamo circondati da spazi che potrebbero essere ovunque. E proprio per questo, finiscono per non essere da nessuna parte.


Accumulare per sentirsi completi


Un altro aspetto che osservo spesso è il rapporto con gli oggetti. Riempire la casa sembra diventato un gesto quasi automatico. Non sempre c’è una necessità reale. Più spesso c’è un bisogno più sottile: sentirsi completi, arrivati, riconosciuti.

Eppure, questa spinta ha radici molto antiche. L’Homo sapiens si è evoluto in condizioni di scarsità. Accumulare e uniformarsi al gruppo erano strategie di sopravvivenza. Oggi però viviamo, almeno in gran parte del mondo, in una condizione di abbondanza. E quei meccanismi continuano ad agire come se fossimo ancora esposti all’incertezza.

Le scienze evolutive parlano di mismatch, un disallineamento tra ciò per cui siamo programmati e il contesto in cui viviamo. E così la casa diventa un deposito. Non solo di oggetti, ma di possibilità non realizzate.


Abbiamo smesso di creare i nostri spazi


C’è poi un altro elemento che mi colpisce molto. La velocità con cui viviamo e l’uso sempre più diffuso di strumenti digitali stanno trasformando anche il nostro modo di abitare.

Per millenni abbiamo imparato a leggere lo spazio, a modificarlo, a renderlo nostro. Era una necessità, ma anche un atto creativo. Oggi, sempre più spesso, ci limitiamo a scegliere tra opzioni preconfezionate. Delegando, semplificando, uniformando.

Il risultato è un ambiente che funziona, ma non parla. Non emoziona.

Basta guardarsi intorno. I lampioni delle nostre città, le panchine nei parchi, le posate nei cassetti di casa. Oggetti sempre più standardizzati, sempre meno curati nei dettagli. È come se avessimo smesso di cercare la bellezza nelle piccole cose.


La casa non è più un progetto di vita


Sempre più spesso la casa viene vissuta come qualcosa di temporaneo. Un luogo di passaggio. Si dorme, a volte si mangia, ma raramente si costruisce un legame profondo.

E quando il legame con lo spazio si indebolisce, si indebolisce anche quello con il territorio e con gli altri. Ci si chiude. Ci si isola. Anche in contesti apparentemente perfetti.


Il corpo lo sa


C’è però una parte di noi che continua a percepire tutto questo. Il corpo, la psiche, non si lasciano ingannare.

Stress cronico, insonnia, affaticamento sono spesso segnali di un ambiente che non ci sostiene. Perché lo spazio non è neutro. Forme, colori, materiali, disposizioni attivano risposte precise nel nostro cervello.

La neuroarchitettura oggi lo conferma con strumenti scientifici. Ma è qualcosa che discipline come il Feng Shui tradizionale raccontano da migliaia di anni.


Tornare alla complessità


Quando penso a spazi davvero sani, penso alla natura. Non è perfetta nel senso rigido del termine, ma è armonica. È fatta di complessità, variabilità, relazioni.

Gli ambienti che funzionano meglio non sono quelli più controllati, ma quelli più vivi. Come il suolo fertile, ricco di microbiota e interconnessioni, anche la casa dovrebbe essere un ecosistema, non un contenitore.

Riconnettersi ai cicli naturali, alle stagioni, ai processi ecologici non significa tornare indietro. Significa ritrovare un equilibrio.


Perché nasce “Arredare per il Benessere”


È proprio da queste riflessioni che nasce la rubrica che vi proporrò sul canale YouTube di UAM.TV: Arredare per il Benessere.

Non parleremo di tendenze. Non parleremo di stile nel senso superficiale del termine. Proveremo invece a fare qualcosa di più profondo: imparare a leggere gli spazi.

Capire cosa ci trasmettono. Riconoscere cosa funziona e cosa no. E, soprattutto, tornare a costruire una relazione con il luogo in cui viviamo.

Perché abitare non è occupare uno spazio. È radicarsi. È creare un dialogo continuo tra dentro e fuori, tra noi e il mondo.

E strumenti come la neuroarchitettura, il Feng Shui tradizionale e l’ecologia della casa possono aiutarci a farlo, se li utilizziamo con uno sguardo consapevole.

Io vi accompagnerò in questo percorso.

E, forse, passo dopo passo, torneremo ad abitare davvero.


Citazione d'autore

"Le dimore e i palazzi, i cuscini e i letti, i tavoli e le stuoie; il tetto di paglia, la capanna del lutto, la stuoia grezza e il cuscino di terra: questi sono i mezzi attraverso i quali le inclinazioni della buona sorte e della cattiva sorte, della gioia e del dolore, trovano espressione nell'abitazione."

Xunzi, Discorso sui riti

Consiglio consapevoleScegli un punto della tua casa e fermati a osservarlo per qualche minuto. Senza giudicare. Senza pensare a come cambiarlo. Solo ascoltando ciò che ti trasmette. È da lì che inizia ogni trasformazione autentica.


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