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Il mio tumore

C’è un elemento possentemente autobiografico in “La vita estranea”: il mio tumore, nel 2009. Forse fino ad allora mi sentivo anch’io immortale. Come Leo. Un po’ dopo l’irruzione della malattia, ho scritto una specie di resoconto. No, più una lettera a me stesso:

Sala operatoria.

I miei occhi che si spengono chiedendosi cosa vedranno. Se rivedranno. Poi, dopo non so quanto, non so cosa, si aprono di nuovo nella confusione della nebbia anestetica.

Volti. Smanie. Vita. Il giorno dopo metto a fuoco il lenzuolo e i rilievi che forma a contatto con il corpo.

Sono vivo, sembra.

Porto la mano verso la gamba destra. Esito a toccare quella porzione di me. Poi non posso più aspettare: lo faccio.

C’è.

Alzo il lenzuolo e vedo un pallone da rugby sgonfio e cucito con delle grandi graffe, ma c’è.  Nei giorni ancora successivi chiedo e mi rispondono: due pezzi di muscolo in meno. Il pallone moscio (e bucato) fa un male diavolo, però si mette giù e, lentamente, compie il suo dovere (di gamba).

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Da dicembreduemilaenove a febbraioduemilaedieci tre cicli di chemioterapia precauzionale. 

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Da finefebbraio a metà aprile 33 applicazioni di radioterapia alla gamba. Tutto bene.  Poi i controlli. Tutto bene. Poi niente più controlli. Per scelta (mia).

Fine della cronaca sincopata dell’undicinovembredelduemilaenove, quando sono stato operato di un tumore raro alla coscia destra, un liposarcoma, maligno e grande. Ad assistermi Marina e Guido. 

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Gli ho anche dato un nome a quella salsiccia: disco volante.

Avevo bisogno di chiamarlo in qualche modo per afferrarlo più di quanto lui avesse afferrato me. E mi rendo conto che quel disco volante non era solo un pezzo che si spostava, che dallo spazio era finito in Terra, nella mia terra. 

I dischi volanti non sono solo semplici mezzi di locomozione. Contengono una fetta del loro pianeta. Sono già in sé un altro universo. Da visitare.

Quindi non potevo che prenderlo come un viaggio. Un viaggio di qualcuno dentro di me. Di me dentro qualcuno. Un disco volante che era decollato dal suo luogo di provenienza non so quando; che è atterrato nella mia destinazione non so quando. 

Quello che so è che, mentre s’infilava nella mia coscia destra, non ha fatto rumore. E lei, la coscia, l’ha accolto come fosse un buon vecchio amico venuto a trovarla. Anzi come fosse roba sua. 

Perché era ROBA SUA. Perché la verità è che si tratta di roba NOSTRA.

——–

So quando è andato via: troppo presto. Troppo presto per conoscerlo. Per sapere quanto mi rassomigliasse. Quanto, in parte, ci vedessi la mia anima: come nei viaggi migliori, quando sento risuonare l’esterno perché non mi è del tutto sconosciuto, che merita una bella esplorazione, comunque. Sono tutti da scoprire i segreti, quelli giù giù nel corpo, nelle vene. 

——–

E come mi ha raccontato il cinema, i dischi volanti, quando ripartono, portano con sé pezzi del luogo dove si sono fermati. Tipo: degli esseri umani consenzienti, oppure altri no. Alcuni felici di lasciare una Terra piena di sozzure e speranzosi di un pianeta migliore. Altri costretti con la forza e colmi di paura.

Invece il mio pezzo è stato scaricato in mezzo agli altri rifiuti organici. Svalutato. Niente nuovo decollo. 

Forse non sarebbe decollato. Non lo voleva. Voleva restare con me. 

Aveva svolto tutta la sua missione? 

——–

Però nel dopo, il me di quel viaggio continua, senza l’astronave.

E da solo sono finito in mezzo a un paese (il mio) smontato, mattoncini di Lego dappertutto. Possibilità di metterli insieme in modo diverso.

In fondo in fondo non so quanto sia un viaggio diverso dagli altri. C’è un film irresistibile, di Richard Fleischer, Viaggio allucinante, in cui degli esseri umani vengono miniaturizzati insieme al sottomarino in cui sono stati fatti accomodare, per poter essere aspirati da una siringa e sparati nel corpo di un uomo (di dimensioni normali).

Ecco, è così.

Dagli oblò si vedono paesaggi inusuali (seppur miei), immagini dai colori psichedelici di forme pulsanti. Quel paesaggio (seppur mio) non lo conoscevo per niente.  Alcuni orizzonti erano invitanti e coinvolgenti; altri disturbanti ed inevitabili. Ho trovato anche un luogo dove ci sono tutti i quesiti (solo i quesiti). 

E in quello strano posto le domande luccicavano. Una più delle altre, come le insegne al neon rosso, brillanti, a volte intermittenti, che si vedono davanti ai motel dei film americani. Due parolette e un punto interrogativo racchiuso tra virgolette.

“Vuoi vivere?”.


MARIO BALSAMO 

è regista documentarista, scrittore e docente di regia documentaria e cinematografica. 

Nella piattaforma UAM.TV sono disponibili i sui “Noi non siamo come James Bond”, “Sognavo le nuvole colorate” e “Mia madre fa l’attrice”, di cui potete leggere le nostre recensioni nel blog.


Masterclass di Mario Balsamo:

“La malattia come opportunità

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