Recensioni

Manaslu: vita e morte sulla montagna delle anime

Esiste una montagna dove si dice vadano le anime: il Manaslu, l’ottava più alta del mondo. A questa montagna, meta ambita dagli alpinisti per la sua difficoltà, si lega la vicenda sportiva e personale di Hans Kammerlander.

Scalatore sudtirolese di fama internazionale, che ha percorso ascese in tutto il mondo insieme a nomi leggendari come quello di Reinhold Messner, si racconta in questo docufilm. Senza tralasciare nulla, Kammerlander racconta la sua crescita umana. Ma soprattutto, racconta quello che ha imparato della vita durante le sue imprese.

Il racconto di Manaslu si articola nella forma del docufilm, tra intervista e recitazione. Le parole di Kammerlander, i suoi racconti, sono accompagnati dalla rievocazione, in quella che è un’avventurosa riflessione.

A partire dall’infanzia nelle valli del Sud Tirolo, nel coagulo di cultura austriaca e italiana, fino alle vette sconfinate nella stratosfera, il film traccia un ritratto umano attorno a una figura romantica per eccellenza: quella dello scalatore.

Kammerlander, che si definisce un “malato di montagna”, si racconta con brutale onestà. Offre alla macchina da presa uno sguardo insolito, forse addirittura alieno a quello della società. Lo sguardo esterno e pieno, espresso con tono asciutto tipico degli eremiti, degli uomini esterni.

Una vita di ascese e cadute

Il viaggio di Kammerlander comincia con le prime escursioni sul Pizzo Palù e l’inizio della carriera come guida alpina in Italia e in Austria, fino al raggiungimento dei primi record mondiali per le sue discese sciistiche sul monte Everest e sul Nanga Prabat. Qui, le storie dell’alpinismo costellano un periodo quasi formativo, dove lo scalatore vede in prima persona la morte, combatte con la follia dell’altitudine.

È qui che forma una sua visione profonda dell’esistenza, dove alla spietata crudeltà della montagna si contrappone un grande valore etico, di solidarietà verso gli altri umani che sfidano la roccia. Ma anche una visione esterna da sé, dove all’isola del controllo si contrappone l’oceano dell’incontrollabile, l’abisso degli imprevisti.

E a questo punto, Manaslu si sofferma sulle battute di arresto del viaggio, come il fallimento del matrimonio di Kammerlander a causa dell’ebbrezza della fama, o l’omicidio colposo da lui commesso dopo una notte di ubriacatura. E infine, il colpo più duro, che ci riporta alla montagna che dà il nome alla storia: il Manaslu, la montagna delle anime.

La feroce lezione del Manaslu

È durante questa pericolosa scalata che Kammerlander perde il suo migliore amico Muthsclechner, colpito da un fulmine durante la salita. Nonostante la prudenza del compagno, per la quale era ben noto, Kammerlander gli sopravvive, passando una lunga notte nella tormenta sul Manaslu.

Tornato dalla spedizione, l’odio per la montagna delle anime lo pervade. La sua vita procede, diventa insegnante nella scuola di alpinismo che fu di Messner, continua ad accumulare successi e notorietà. Ma l’ostilità e l’irrequietezza rimangono, insieme al desiderio suicida di tornare ad affrontare il massiccio del Manaslu.

La rinascita spirituale, sulla scia di quello spiritualismo nepalese che ha accolto tanti di quegli scalatori che si sono avventurati in quella terra, placano solo in parte questo bisogno. Sarà, invece, il pensiero della figlia e la comprensione dell’importanza del suo ruolo nelle vite degli altri a convincerlo a tornare indietro, proprio durante l’ultimo tentativo di scalare la montagna delle anime.

Lo scalatore, l’eremita, ridiscende e torna alla gente. Il cerchio di una vita di avventura si chiude con una riflessione felice, con l’abbandono dell’ego e dei suoi desideri. Il Manaslu rimarrà l’unico “Ottomila” che non riuscirà a conquistare.

Una produzione epica per un viaggio spirituale

La produzione competente e ricca fornisce al film un taglio decisamente importante, con una rappresentazione che ha toni epici e che quasi scivola nell’elegiaco. Le riprese, necessariamente avventurose, restituiscono insieme alle parole dello stesso Kammerlander, il senso di solitudine, paura ed eccitazione delle montagne.

Ma il documentario, per quanto eccella nel rendere la vita del campione in maniera vivida ed emozionante, riesce davvero a brillare nel racconto che ne fa. Le vicende personali di Kammerlander si intrecciano, vengono piegate in un flusso di eventi e riflessioni.

La conclusione, un cerchio che si chiude su un’esistenza dedicata al raggiungimento del più alto grado di intimità con la vita e la morte, al suo denudamento. E che raggiunge picchi di poeticità inaspettati, pur contrapposti alla durezza delle lezioni  insegnate da un maestro crudele come il Manaslu.

Regia: Gerald Salmina
Genere: documentario
Paese di produzione: Austria
Durata: 100”
Anno di produzione: 2018

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