Viaggi consapevoli

Il vaccino di Santiagio- Giorno XX- Succedono cose strane sul Cammino di Santiago

Succedono cose strane sul cammino di Santiago.

Ogni giorno una tappa e ogni giorno un villaggio da cui partire e uno da raggiungere. In mezzo decine di piccoli agglomerati di casupole che gli spagnoli chiamano pueblo.

Ho camminato da solo attraversandoli, formati da quattro o cinque case al massimo e con una unica strada. Piccole costruzioni antiche fatte di pietra o di legno e qualche volta anche di sassi, paglia e fango. In ogni piccolo pueblo c’è sempre una casa diroccata con il cartello “Se vende”. In alcuni non ho mai incontrato nessuno, nemmeno un’anima.

Paesini arroccati sui monti con case in discesa; ogni tanto qualche bambino che gioca con la palla. Mi sono sempre chiesto che vita facciano i bimbi dei piccoli paesi e dove vadano a finire i palloni dei bambini delle case in discesa.

Quando ero piccolo spesso un tiro più forte faceva finire la palla in un campo o fuori dal recinto di casa. E i bambini delle case in discesa come fanno? Ci deve essere in fondo alla valle un posto dei palloni persi delle case in discesa.

Zoppico attraversando le case e il silenzio le riempie, qualche volta solo un belare o il suono del campanaccio di una mucca, l’odore di cucinato mi dona la certezza della presenza di vita. Altre volte il totale silenzio.

Se si seguono le tappe standard, consigliate dalle applicazioni, il villaggio da raggiungere di solito è il più grande, il più abitato, E io ogni giorno cado nello stesso tranello.

Chi vive a Roma sa di cosa parlo. Esiste nella capitale una strada da dove è possibile ammirare la cupola di San Pietro, immensa e ben definita. Per uno strano effetto ottico, di cui non conosco il nome, percorrendo la strada in automobile ad una velocità moderata e andando verso la cupola, questa invece che avvicinarsi e ingrandirsi ancora di più, fugge via, allontanandosi come per non farsi prendere.

Quando sono a pochi chilometri dall’arrivo, mi si para davanti sempre il campanile che svetta sul paesello, posso quasi toccarlo, lo vedo e potrei quasi suonare le campane allungando il dito, riconosco le pietre di cui è fatto e vedo la croce posizionata in punta, ed è qui che il trucco inizia.

Penso di essere arrivato, abbasso la testa e mi concentro sui miei passi, si fanno più veloci e dopo qualche centinaio di metri, rialzo la testa e il campanile è più lontano.

Ci sono caduto ancora. Quanto mi manca Roma e quella strada. Succedono cose strane sul Cammino di Santiago, delle volte sembra che le cose lontane siano le più facili da toccare.

L’altra strana magia del cammino di Santiago è che ci conosciamo tutti. Certamente è un anno particolare, la pandemia ha ridotto di molto il numero dei pellegrini, tuttavia è cosa molto particolare l’andirivieni delle persone. Capita di dormire in camera con qualcuno con cui camminerai il giorno successivo, poi io mi fermo e tutti vanno avanti.

Passano i giorni, faccio una sosta in un bar ad assaggiare l’ennesimo pezzo di tortillas accompagnato da una specie di bevanda che loro si ostinano a chiamare caffè, che tra l’altro a me piace molto ed è per questo che passo come la vergogna degli italiani o un italiano adottato; sono seduto, ed ad un tratto vedo sbucare qualcuno che avevo salutato un paio di tappe precedenti e che secondo una logica, sarebbe dovuto essere più avanti di me: invece no.

Baci, abbracci, come vecchi amici che non si rivedono da anni. Solitamente a quel punto si siede anche lui o lei e il gruppo subisce una specie di metamorfosi continua, dove c’è chi rimane, chi va e sempre qualche nuovo elemento.

I pellegrini sono tutti legati da una sorta di elastico invisibile che si allunga e si ristringe, ti lancia lontano e poi ti riporta accanto alla stessa persona in un attimo, tutti inevitabilmente legati.

Così dopo dieci giorni di cammino ho rincontrato Andrea, una ragazza tedesca e Steven, un omone delle Bahamas con un forte accento americano.

Altre volte ci sono delle piccole grandi meteore, persone che decidono di fare solo parte del viaggio e che ti accompagnano per pochi giorni, ma sono quegli angeli a spiegarti il cammino.

Ho incontrato Raul e Asun, la pareja (la coppia ndr) come la chiamano tutti. Non mi ricordo nemmeno come sia avvenuto il primo contatto. Ricordo che lui mi disse di avermi visto fotografare qualcosa, poi il solito brindisi tutti insieme e sono diventati una presenza costante nei primi dieci giorni. Una coppia bella e semplice. Sempre sorridenti e sempre disponibili verso ogni pellegrino.

Incredibilmente nel momento in cui avevo bisogno di loro: c’erano. Non sono abituato a sentirmi chiedere se ho bisogno di qualcosa, per uno strano scherzo della natura sembro sempre che non ho bisogno di nulla. Ho imparato a cavarmela da solo molto presto, e durante il cammino avere qualcuno che mi domandasse come stavano i miei piedi o insistesse nel darmi la pomata o i cerotti, mi ha spiazzato.

È strano come poche parole o piccoli gesti possano far scoppiare le mie emozioni: la mia analista li chiamerebbe effetto trigger.

Raule e Asun sono riusciti ad esserci, aiutarmi, a tirarmi su di morale e a farmi sorridere quando tutto mi sembrava crollare. I sorrisi, i gesti, e le attenzioni, il semplice interesse ai miei problemi, mi faceva crollare come un bambino. Succedono delle cose strane sul Cammino di Santiago, delle volte sembra che le cose più vicine possano avvicinarsi ancora di più.

Puoi seguire il mio viaggio anche attraverso il mio profilo Instagram @mase.ph

Qui puoi recuperare tutte le tappe del viaggio di Massi.

Se sei interessato al Cammino di Santiago leggi la recensione di “Sei vie per Santiagoil film presente nel nostro catalogo.

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