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Mikael: la riscoperta degli angeli

Cosa c’è oltre l’apparenza? Lo scientismo, basato su ciò che è osservabile, oscura il nostro sguardo? Oppure delimita la dimensione di ciò che non si conosce attraverso la ragione, ma la fede? Queste sono le domande a cui Mikael cerca di rispondere.

TRA FICTION E DOCUMENTARIO

Mikael prende piede da uno sceneggiato, creando un personaggio fittizio. Il protagonista, tuttavia, affonda le radici nella vita di Massimiliano Varrese, regista e attore del film. In questa duplice veste, Varrese crea il personaggio di un giornalista cinico e smarrito a cui viene commissionato un articolo sulla figura dell’Arcangelo Michele.

La finzione si interseca quindi con la realtà, in un mockumentary dove una maschera pone domande a esponenti religiosi e autori spirituali, le stesse domande che Varrese si è chiesto nella sua vita. Il risultato è un insieme che non si lascia racchiudere in una categoria, che usa la fiction per affrontare la realtà, in un ibrido capace di esporre la sua tesi con un fascino unico.

Le parti recitate, dove a volte possono apparire un po’ ingessate, vengono perfettamente bilanciate dalle interviste che compongono l’ossatura del film. È in queste che emerge appieno la spontaneità dei partecipanti e la loro passione per il tema trattato.

LA RICERCA DELL’ANGELICO, CONTRO LA MODERNITA’

Mikael porta avanti un discorso incentrato sulla ricerca degli angeli, della dimensione angelica e del suo rapporto intermediario tra l’umanità e il divino. Partendo dall’analisi della condizione moderna dell’umano, dalla disillusione e dal senso di incompletezza, viene tracciata una linea di demarcazione con la condizione antica, quella religiosa.

Recuperando questa vena mai drenata, messianica e mistica, Mikael traccia una cartografia di un rinascimento spirituale cristiano, nel quale si muovono voci che parlando di figure capaci di fare da ponte tra noi, esseri materiali, e la dimensione eterea del divino.

Attraverso l’ascolto, le domande spesso scomode, poste da un protagonista inizialmente scettico, il docufilm batte un sentiero di approfondimento. Lungo questa via, riscopriamo concetti e idee antiche, ora parte di una minoranza attiva, ma un tempo parte di un modo di pensare comune. E al termine di questo viaggio, arriviamo a capire perché queste domande sugli angeli siano ancora vive.

COSA CI MANCA, IN QUESTO FREDDO MONDO?

Il discorso riguardante gli angeli, e in particolare quello sulla figura suprema dell’Arcangelo Michele, si ricollega al nostro bisogno. La necessità di noi umani moderni di riconnetterci con un qualcosa di più grande, di trovare una porta che ci permetta di comunicare nuovamente con una dimensione che abbiamo perso.

Che lo spettatore sia credente o meno, che quella dimensione esistesse o meno, è un giudizio che lascio allo spettatore. Resta certo che questa ricerca, che è anche una testimonianza di vita dello stesso regista, ci trasmette un senso di comunicanza, un’empatia verso questo bisogno.

La figura dell’angelo, ponte verso il divino e scudo contro il diabolico, condensa in sé aspirazioni e timori di un’umanità atomizzata in un grande tumulto dell’esistenza. Tutti noi, persone sensibili, lo possiamo sentire. E potremo certamente, al di là della fede o della scienza, sentirci vicini a una ricerca di qualcosa che restituisca un senso e una dignità ontologica alla nostra esistenza.

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