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Terra rossa: siamo tutti abitanti della Valle dell’Omo

Dentro la comunità della Valle dell’Omo

Identità e progresso sono due concetti che vanno spesso in contraddizione. Il primo è strettamente connesso alla necessità basica di un individuo di riconoscere un nucleo culturale e sociale, all’interno di uno spazio e di un tempo, del quale sentirsi appartenenti: da una condizione privata ad una collettiva, dall’io al noi. In contrapposizione, l’idea di progresso, pervertita e messa in pratica dagli abusi e dalle manipolazioni della società patriarcale, ha spesso ridimensionato il senso di appartenenza come riconoscimento ed espansione del sé: il singolo, isolato, è più facilmente controllabile e influenzabile (e si aliena consumando ciò che il progresso produce). Ecco perché Il noi a cui fa riferimento Terra rossa ci coinvolge tutti. Questo documentario, realizzato dall’italiano Diego Capomagi sulla situazione dell’Etiopia sotto il regime del Fronte Democratico Rivoluzionario, presenta infatti subito un elemento archetipico e universale: la comunità che viene raccontata è quella delle tribù residenti nella Valle dell’Omo, a sud del paese, nella zona del Key Afer ,la terra rossa appunto.

Ed è da questa terra che sia secondo il racconto simbolico della Bibbia che la ricostruzione degli antropologi sull’origine dell’Homo Sapiens, è stato creato il primo uomo. Le riprese, ci avverte un cartello iniziale, sono state realizzate nel 2016, quindi ancora sotto il pieno regime del partito guidato da Hailé Mariàm Desalegn (succeduto alla morte del primo ministro Meles Zenawi) e questa circostanza limitante, vista la totale censura dell’informazione di opposizione e la difficoltà nel raccogliere testimonianze video per la paura degli intervistati, ha offerto una cifra particolare al film , nella più virtuosa tradizione del documentario: si percepisce infatti, nelle poche dichiarazioni degli abitanti emigrati dai villaggi verso Addis Abeba e nelle immagini propagandistiche che scorrono sulle tv locali, il senso di soffocamento e controllo di una Terra e di un Popolo, storicamente aperti ad una dimensione epica e grandiosa.

Le tribù della Valle: tra ritualità arcaica e minaccia di un genocidio

La scelta di alternare inquadrature statiche dei paesaggi contadini e di quelli urbani ricostruisce un processo in cui un contesto stava assorbendo l’altro per interessi economici e politici rivolti ad arricchire i paesi stranieri e non le popolazioni indigene (nel caso specifico la rampante, aggressiva economia della Cina degli ultimi anni). Si suggerisce, con il continuo richiamo ai Primati Sapiens , quanto il valore culturale e intellettuale sia stato umiliato e sottomesso ad un indifferenziato e mutabile valore di mercato, una svendita al miglior offerente.

Ma le riprese di Capomagi non si limitano a stare sul piano dell’impotenza, danno forma e dinamica alla Storia dei popoli dell’Omo , con l’inserimento delle riprese di una potente e suggestiva cerimonia d’iniziazione appartenente agli Hamer, una delle tribù più popolose ed influenti: “Il salto dei tori” è un rito d’ingresso dei giovani nell’età adulta, durante il quale accade qualcosa che, agli occhi di noi occidentali, appare disturbante e inaccettabile: le donne, di qualunque età e condizione , anche incinta, vanno verso gli uomini e li esortano a colpirle con dei bastoncini di legno, con un forza tale da lasciare dei segni sui loro corpi. Le cicatrici saranno poi esposte con orgoglio attraverso canti e balli, quasi a scrivere sulla pelle delle loro controparti femminili, l’entrata dei maschi in un mondo con dei codici e delle leggi differenti da quelle dell’infanzia. In una sospensione mitica e archetipica rispetto al tempo presente, siamo immersi in una carnalità senza parole, e il regista fa risaltare l’immagine delle pance sfregiate, mantenendosi esente da qualsiasi giudizio esterno. Lo sguardo accoglie il clima festoso, spontaneo e vitale della cerimonia e cerca di comprenderne, attraverso un realismo lineare, l’indissolubile legame con il significato di come si diventa uomini e donne in quella realtà.

La resistenza pacifica contro la repressione violenta

La contrapposizione con le immagini dei pestaggi di esercito e polizia contro i manifestanti per i diritti civili (trasmesse da ESAT, TV indipendente che trasmettere solo dall’Olanda) ridefinisce il concetto di violenza e il suo utilizzo: non più uno strumento rituale da esorcizzare per compiere un passaggio di vita, ma la manifestazione di quanto il potere politico annienti il dissenso e la resistenza pacifica delle parti più oppresse della società.

E i salti o meglio le corse per suscitare l’indignazione e l’intervento della comunità internazionale sono quelle del maratoneta Feyisa Liles, medaglia d’argento alle Olimpiadi del 2016, che costrinse il governo etiope a definirlo eroe nazionale davanti al mondo, nonostante le sue accorate parole di preoccupazione per il genocidio degli Oromo, il suo gruppo etnico.

Un testimone, discendente dal primo barlume di coscienza nell’ uomo, che si fa portavoce di tutte le ingiustizie perpetrate sia al di qua che al di là della Valle dell’Omo.

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