Recensioni

Noi non siamo come James Bond: la memoria reale e quella immaginata

Forme nuove per il cinema del reale

Il confine tra realtà e rappresentazione, nel cinema documentario degli ultimi dieci / quindici anni, è andato sempre più sovrapponendosi: gli autori hanno cominciato ad avvertire una distanza minore tra le storie che sceglievano di raccontare e la loro esperienza non solo come filmakers ma anche come individui. Questo è un punto di partenza imprescindibile per qualsiasi spettatore che si approcci alla visione di Noi non siamo come James Bond , il più celebrato tra i film di Mario Balsamo (II° premio al Festival del cinema di Torino nel 2012).
Il soggetto è ispirato ad una storia vera, che questa volta è quella dello stesso regista; Balsamo non si limita però a mettere dei contenuti personali, ma si espone davanti alla mdp, attraverso il suo volto, il suo corpo e la sua voce. E ci parla di argomenti estremamente intimi eppure proprio per questo, che ci riguardano tutti: la malattia rappresentata nel limite fisico e nella paura della morte e il tempo che passa attraverso il tramonto sui miti e sulle illusioni della giovinezza.

Incomincia l’avventura: la conoscenza di sé e l’esplorazione di un immaginario condiviso

Si tratta di un modo differente di rapportarsi alla realtà perché c’è la necessità, figlia di una concezione post moderna, di destrutturarla ed interpretarla, partendo dalla propria percezione. Per introdurci in una visione così spiazzante, Balsamo si serve in maniera ispirata di un grande archetipo della storia della narrativa, il viaggio. Non ci sono però né iniziazioni né eroi. L’incipit è di ispirazione dantesca, con i due protagonisti Mario Balsamo e il suo miglior amico , Guido Gabrielli, colti nel “mezzo del cammin” della loro vita.
La “selva oscura” da cui sono appena usciti entrambi è una terribile malattia, che continua comunque ad aleggiare nel film come una presenza inquietante ( l’immagine della cabina per la risonanza magnetica, la lettura delle analisi da parte del dottore), ma non seguiranno ulteriori gironi infernali: le analogie con la struttura del più grande classico della narrazione occidentale finiscono qui, in una collocazione temporale ed esistenziale. Il tono, da questo momento in poi, sarà totalmente anti-epico, come l’assertività smitizzante del titolo: loro non sono James Bond e quel modello che aveva fondato e fomentato l’immaginario di due ragazzini di provincia (entrambi vengono da Latina) si traduce oggi in una dolceamara ricerca dell’interprete che più di tutti ha dato l’impronta mitologica al personaggio di 007, sir Sean Connery. È proprio lui l’altra presenza, in questo caso nostalgica e affettuosa, che simbolicamente accompagna Mario e Guido nei loro falsi e reali movimenti (con una sorpresa finale). Quasi un fantasma che si riflette sul volto invecchiato e ancora luminoso di Daniela Bianchi, attrice italiana che visse il suo momento di gloria come partner di Bond in uno dei film più famosi della saga, Dalla Russia con amore. Proprio lei, con disponibilità e franchezza, regala un ricordo divertito e umano dell’icona Sean.

Lo schermo svelato: i corpi come segni filmici di identità e vissuti

Eppure ben presto capiamo che la piccola odissea dei nostri compari, Mr. BaLslsamo & Mr. Gabrielli , sulle tracce del loro James/Ulisse perduto( e sulle note della colonna sonora rifatta da Guido alla chitarra!) è un pre-testo, nel senso letterale del termine.
La “storia vera”, svincolata dalla fascinazione del cinema, si riprende tutto il suo spazio e pone dei confini rispetto alla rappresentazione.
Guido e Mario, sotto lo smoking che indossano per modellarsi sul loro ex idolo di celluloide, portano i loro corpi di carne attraversati da segni e ferite. Ed emerge, intenso e strabordante, il bisogno di comunicare il groviglio di sentimenti che li unisce e insieme li allontana.
Non c’è niente che viene nascosto a chi assiste a questo duello on the road , neanche la parte più sgradevole e reciprocamente manipolatoria della relazione tra Guido e Mario.Ma come spettatori non ci sentiamo mai dei vouyer: la sensazione che prevale è quella della condivisione, di essere invitati a una seduta di terapia collettiva, in cui ognuno è chiamato ad osservarsi e a porsi delle domande.

Partecipazione e osservazione: sentire e riflettere attraverso le immagini

Il coraggio di Balsamo regista si esprime nello stare sia “dentro” il film in quanto protagonista, che “fuori”, introducendo esplicitamente come regista il livello meta-cinematografico della narrazione.
Si fa costantemente riferimento al fatto che stiamo assistendo ad un film e che Guido e Mario stanno “mettendo in scena” loro stessi. A un certo punto viene tirato dentro lo schermo perfino un contrasto tra i due che si è consumato fuori campo: l’includerlo all’interno del montaggio in qualche modo aiuta entrambi ad elaborarlo e ad attraversarlo.
L’imprevisto quindi viene assimilato e non perde il suo valore di discontinuità: ci si può fermare, tornare indietro e ripartire.
Ecco perché Noi non siamo come James Bond schiva sia il rischio del compiacimento dell’autobiografia e del lirismo sulla giovinezza perduta, sia l’analisi fredda e sterile di un’amicizia sottoposta alla prova del tempo.
Le immagini dei giochi infantili sulla spiaggia aprono e chiudono la struttura circolare e lo spazio uterino entro cui i ritrovati fanciulli si incontrano in una liberatoria e tenera complicità.
Prima che quel mare gli riservi un caldo, rassicurante abbraccio oppure li inghiotta in un nuovo buco nero. Come il cinema di Mario Balsamo, aperto alla dolce e furiosa ambiguità del reale.

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